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Giovedì 20 Agosto 2020
Senza dimora, casa e cure restano centrali   versione testuale
21 agosto 2020

L’epidemia di Coronavirus che ha investito la nostra società, e che ci troviamo tuttora a dover affrontare, ha creato problemi rilevanti anche alle persone senza dimora, e agli organismi e alle persone che se ne occupano. L’emergenza sanitaria degli ultimi mesi ha di fatto ribadito la centralità di due questioni critiche, che interessano il mondo dell’homelessness.
Il primo tema è quello della casa. Tale questione è emersa con prepotenza ed evidenza durante il lockdown, quando a tutti gli italiani è stata impartita la giusta indicazione di restare a casa: ma le persone senza dimora, che una casa non ce l’hanno, si sono trovate in una condizione paradossale. Nonostante gli sforzi e i progressi degli ultimi anni, mirati a superare l’idea dell’homeless come soggetto che ha bisogno di un tetto e un riparo nella stagione invernale, mentre per il resto dell’anno sembra che il problema non si ponga, è emerso con evidenza come ancora oggi l’approccio all’homelessness continui a essere centrato su un’impostazione da “Piano freddo”: ci si pensa quando si manifesta l’emergenza, con una netta prevalenza di soluzioni imperniate su strutture di tipo comunitario per la notte, se va bene.
Questo è chiaramente un grosso limite: nel momento in cui si manifesta un evento come una pandemia, il sistema mostra tutta la sua fragilità e i suoi limiti. L’approccio Housing First (ormai affermato a livello internazionale, e orientato ad affermare la necessità di fornire a chi vive in strada un alloggio autonomo, inteso come risposta diretta e risolutiva, superando la gradualità di sistemi di accoglienza “a gradini”) in questa prospettiva risulta essere particolarmente interessante: Caritas e Fio.psd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora) hanno sempre sostenuto che Housing First non può essere ritenuta sicuramente “la” soluzione universale, definitiva e univoca al fenomeno dell’homelessness, ma indubbiamente è un modello che in un tempo complicato come quello della pandemia si è dimostrato vincente. Le persone che avevano una casa, infatti, non si sono trovate nella stessa condizione di chi ha dovuto stare in un dormitorio in condivisione, o addirittura essere trasferito in altri centri. Ma hanno goduto di una dimora e di soluzioni ai loro problemi non solo sicure, ma anche dignitose.
 
Housing First, funziona e conviene
Come ha dimostrato la primavera, quando si manifesta un’emergenza improvvisa, per cui chi è dentro è dentro, e chi è fuori è fuori, un sistema fondato su grandi accoglienze collettive non tarda a imballarsi: questo, in previsione della stagione autunnale e invernale alle porte, è davvero preoccupante. Non sappiamo infatti, al momento, quali saranno le possibilità reali che gli enti pubblici possano dispiegare “Piani freddo” davvero risolutivi e all’altezza dei bisogni sanitari, di prevenzione e distanziamento imposti da Covid-19. Rispetto alle esperienze degli anni scorsi, infatti, o si moltiplicano, quasi si raddoppiano i centri di accoglienza, o comunque i posti in essi disponibili (con tutti i limiti che questo comporterebbe), o altrimenti si rischia di dover ridurre drasticamente i numeri delle persone accolte.
Dunque davvero il tema della casa manifesta la sua centralità. Soprattutto se si prendono in considerazione non soltanto la figura della persona senza dimora “in strada”, ma gli homeless nell’accezione dello schema europeo Ethos, ovvero anche le persone che sono costrette a vivere in condizioni di sovraffollamento, in baracche o campi abusivi, in situazioni in cui la perdita della casa è dietro l’angolo. Il tema della casa va messo al centro delle politiche sociali e più in generale delle politiche pubbliche in modo finalmente serio.
In Italia, sono state condotti progetti sul fronte dell’Housing First, da cui sono state ricavate diverse pubblicazioni. Ci sono ormai, nel nostro paese, una certa esperienza e una letteratura adeguate e consolidate. Ma i bandi dei comuni continuano a parlare di “sperimentazioni”, con numeri che hanno a che vedere più con la “prova” che con una reale volontà di fare in modo che il sistema si evolva nella direzione del diritto all’abitare autonomo e dignitoso, e non prosegua nella logica di grandi centri collettivi cui si accede per gradi successivi di accoglienza. Anche perché da un punto di vista economico è stato dimostrato ampiamente, pure in Italia, che investire sulle varie declinazioni dell’Housing First (alloggi singoli o in condivisione), su microcomunità, piccole strutture diffuse ed esperienze Housing Led (ovvero su forme di residenzialità in autonomia, combinate con servizi di assistenza, cura e supporto sociale) da un punto di vista economico è conveniente, fa sicuramente risparmiare.
Dunque sarebbe bene che si facessero scelte un po’ più coraggiose, un po’ più lungimiranti, investendo davvero sulla casa (inclusa la questione degli alloggi popolari: come si diceva, il problema non riguarda solo chi vive in strada) come diritto accessibile a tutti.
 
La medicina deve raggiungere chi è fragile
Il secondo tema enfatizzato dall’epidemia è naturalmente quello della salute. Che, anche in questo caso, non riguarda solo le persone senza dimora, ma anche molti che in qualche modo un tetto sulla testa ce l’avevano, eppure manifestavano forma di difficoltà o disagio nell’accedere ai servizi di salute. L’Italia, lo sappiamo, ha un ottimo sistema sanitario pubblico. Però in questi anni non sono mancati i problemi, a cominciare dall’indebolimento se non dallo smantellamento dei servizi, o di alcuni servizi territoriali. Così, dove più dove meno (gli scenari regionali non sono omogenei), si sono raccolti i frutti avvelenati di scelte sbagliate.
Nello specifico delle persone senza dimora, l’epidemia ha reso manifesto che non si è mai insistito abbastanza sul tema della salute. È vero ed è giusto che gli homeless non debbano avere servizi sociali e sanitari a sé, dedicati, che diventerebbero servizi segregati e segreganti. Se una persona, ancorché senza dimora, ha una residenza anagrafica, ha diritto e deve aver diritto a un medico di base e, a salire, a tutti i servizi che vengono assicurati al resto della popolazione. Che dorma su una panchina o in un centro di accoglienza, o nel comfort di una casa propria, ciò non dovrebbe avere influenza sull’accesso alle prestazioni sanitarie e alle cure. Però, dal momento che non tutte le cure o non tutte le fasi delle cure possono o debbono essere svolte in ospedale, di nuovo il tema della casa, o della disponibilità di strutture attrezzate, manifesta la sua rilevanza. Non è difficile capire che non è la stessa cosa, fare una convalescenza, o affrontare un periodo di quarantena o isolamento, su un marciapiede, in un dormitorio, in un centro post-degenza, in una microcomunità con camere dedicate o in un alloggio proprio.
Dunque, anche se non bisogna pensare a un sistema sanitario distinto e parallelo per le persone senza dimore, d’altronde sono necessarie alcune attenzioni. Bisogna anzitutto ribadire la centralità della residenza anagrafica: non averla significa non avere diritto a un medico di base, e questo in un tempo di pandemia è stato per molte persone un grosso problema. Certo, si sono attivate soluzioni grazie ad alcune ong, e Caritas ha fatto la sua parte. Ma sono sempre soluzioni d’emergenza, e questo non va bene. Potersi curare e tutelare la propria salute dovrebbe essere invece un diritto acquisito.
Sempre in tema di salute, occorrerebbero maggiori investimenti, anzitutto dagli attori istituzionali, da parte di Regioni e Ats-Ausl, per interventi e progetti dedicati a soggetti particolarmente fragili, modificando anche i servizi che in parte già ci sono (esempi eclatanti: la psichiatria e i servizi per le dipendenze). Lo stesso dicasi per i medici di base, che non raggiungono le persone su strada, e dai quali un homeless o un ospite di centro d’accoglienza non sempre riesce a recarsi. Occorre dunque ripensare servizi che magari bene o male funzionano, ma lo fanno per persone che hanno la capacità e la volontà di accedervi, recandosi ai loro sportelli. Sono servizi che difficilmente “escono” sul territorio, e questo è un grosso problema: occorrerebbe dirigere risorse e investimenti su unità di strada o altri strumenti per raggiungere chi è più in difficoltà. Problemi di dipendenza e soprattutto di salute mentale sono molto diffusi tra chi vive in strada, che siano la causa o la conseguenza del finire in strada. Per intercettarli e affrontarli, non può bastare un servizio come il Centro psico-sociale, che prevede che chi ne ha bisogno ci vada, superando una serie di barriere anche burocratiche.
Il tema della medicina del territorio, ampiamente e drammaticamente sollevato dall’epidemia riguardo al sistema complessivo dei servizi, ha dunque una declinazione anche riguardo agli interventi da pensare per le persone senza dimora, che devono essere in grado di raggiungere le fragilità là dove si trovano.
 
Un’utopia da rendere effettiva
Per finire, un grande tema di sfondo, che dovrebbe “cucire” gli interventi nei due ambiti sopra citati: l’integrazione socio-sanitaria. La Regione Lombardia, ed è solo un esempio, negli ultimi ha fatto una legge di riforma del sistema sanitario dedicandola, sulla carta, a questo obiettivo. Ma nei fatti i due ambiti rimangono distinti, con grosse difficoltà di interazione. Ci sono quote sociali e quote sanitarie, servizi sociali e servizi sanitari. All’interno di questi ultimi, in particolare negli ospedali, vi sono servizi sociali. Però in generale i due ambiti fanno molta fatica a dialogare. È un grosso problema, soprattutto per chi si occupa di persone senza dimora: la preoccupazione per la salute delle categorie fragili ha dentro di sé necessariamente una componente sociale, così come spesso l’assistenza sociale degli enti locali si trova a dover affrontare questioni sanitarie che non può risolvere da sola.
Un sistema che possa dirsi davvero socio-sanitario rimane un’utopia, più che una realtà. È un peccato e un grosso spreco di risorse: una maggiore integrazione arricchirebbe il ventaglio delle soluzioni, e aumenterebbe al contempo gli standard di efficacia dei servizi. Se la pandemia accelerasse questa integrazione, potremmo attribuirle almeno un effetto positivo.
 
Alessandro Pezzoni
Caritas Ambrosiana – vicepresidente Fio.psd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora)