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Le lezioni che abbiamo imparato   versione testuale
1 dicembre 2020

La malattia è, purtroppo, parte integrante della storia dell’umanità. Attualmente ci troviamo esposti alla minaccia del Coronavirus, ma è da quando l’essere umano ha iniziato a organizzarsi in società e a creare nuclei di persone che convivono insieme nello stesso spazio, che le malattie contagiose hanno assunto un ruolo importante.
Una stele egizia della 18ª dinastia (1403-1365 a.C.) rappresenta uno scriba con una gamba lesa dalla poliomielite, e sul volto della mummia del faraone Ramsete (1157 a.C.) sono conservate le cicatrici causate dal vaiolo. A Roma imperversarono la "peste antonina" (165-80 d.C.), causata dal vaiolo (o morbillo), che provocò 30 mila morti, nonché un’ulteriore epidemia di vaiolo con la peste di Cipriano (250-270 d.C.), che al suo culmine fece contare 5 mila morti al giorno. La prima peste bubbonica, nota come “peste di Giustiniano”, imperversò da Costantinopoli a Roma tra il 541 e il 750, uccidendo il 50% della popolazione, con una stima che gli storici hanno calcolato di circa 30-50 milioni di vittime. Vi fu poi una seconda ondata dello stesso flagello, 8 secoli dopo, la “peste nera” di cui narra Boccaccio, originatasi in Asia, che eliminò il 30-50% della popolazione del pianeta.
Nel Nord Italia, tra il 1630 e il 1631, si scatenò una terribile peste che decimò la popolazione: è descritta nelle pagine finali dei Promessi Sposi. E all’inizio del 1900, esattamente nel 1918, una pandemia di influenza causò la morte di milioni di persone in tutto il mondo. Si chiamò Spagnola, perché la Spagna fu l’unico paese a darne aperta informazione: nei paesi belligeranti, la notizia fu inizialmente censurata.
Ai nostri giorni, l’intero pianeta deve fare i conti con la pandemia da Covid-19. Ebbene, le più grandi epidemie o pandemie della storia hanno avuto implicazioni sanitarie, culturali e socioeconomiche, che hanno ridisegnato in maniera significativa l’assetto sociale, culturale e antropologico. Hanno cambiato il corso della storia, anche perché accompagnate da guerre, migrazioni e da crolli di imperi, sistemi economici e poteri religiosi, nonché da persecuzioni ideologiche. Inoltre quelle storiche pandemie, oltre a causare un’infinità di morti, hanno prodotto una crisi della domanda e dell’offerta, della produzione e del consumo che ha innescato veri e propri choc economici e sociali.
 
Discernimento, in costante divenire
Le costanti che ritornano nella storia delle epidemie possono dunque essere sintetizzate in due elementi salienti: l’elevato numero di morti e le catastrofiche conseguenze economiche. Anche nell’attuale contesto pandemico si può scorgere la presenza delle due costanti, che alcuni studi condotti in questi mesi consentono di presentare, riguardo al nostro paese, come segue:
  1. un terzo degli italiani ha visto peggiorare salute e vita familiare propria e dei propri cari a causa della pandemia;
  2. la situazione finanziaria di quasi la meta? degli italiani (48%) è peggiorata, a causa della perdita del lavoro o della rimodulazione del lavoro stesso.
Queste costanti hanno interrogato anche l’agire della rete Caritas, che è stato inevitabilmente adattato – come chiede l’articolo 1 dello statuto dell’organismo nazionale – «in forme consone ai tempi e ai bisogni».
La capacità di lettura e di riadattamento evidenziano che il discernimento – elemento fondamentale del metodo Caritas, inteso come il processo attraverso il quale è possibile sapere se e come intervenire in seguito a ciò che prima si e? ascoltato ed osservato – comporta sia una dimensione di apprendimento sia una dimensione di azione in costante divenire. Non è un caso che il verbo discernere non abbia il participio passato, perché è un’azione, un percorso, un processo che non finisce, che non è fatto una volta per tutte e che non può essere quindi relegato a un passato che non ritorna. Discernere è un’azione sempre attiva, sempre in auge.
 
Un museo di comunità
Vale la pena porre l’attenzione sulle tre azioni proprie del metodo Caritas, e su come esse siano state riadattate alla luce del processo di discernimento compiuto durante i mesi della pandemia, così come è stato segnalato da molti terminali diocesani della rete nazionale Caritas.
Anzitutto, vi è l’elemento dell’ascolto e della presa in carico: il mutamento non ha riguardato solo la modalità (dall’ascolto in presenza all’ascolto al telefono), ma anche il luogo proprio in cui si svolge l’attività. Dal tradizionale centro di ascolto, ci si è trasferiti nei luoghi del servizio (mense, centri di distribuzione), dove oggi comunque l’ascolto tenta di rimanere, perché in quei luoghi entra in relazione con le persone. Nell’ambito di questa esperienza rientra quanto attivato, per esempio, dalla Caritas diocesana di Reggio Emilia. Significativa è anche l’esperienza della Caritas di Pesaro, da cui è scaturita la scheda di approfondimenti sull’Ascolto al telefono inserita nel Vademecum sui Centri di ascolto, strumento di lavoro per tutti i centri d’ascolto d’Italia, prodotto da Caritas Italiana.
In secondo luogo, le “lezioni apprese” nel tempo della pandemia riguardano il tema dell’osservazione: nell’attività degli Osservatori delle povertà e delle risorse, il processo di lettura e analisi dei dati provenienti dai Centri d’ascolto non è sempre costante. Spesso nelle Caritas diocesane si raccolgono i dati, ma non sistematicamente si interpretano e se ne producono report e studi. In molti casi viene fatto una volta l’anno. In questo tempo, invece, anche l’approccio all’osservazione è cambiato: i dati non solo sono stati raccolti, ma anche sistematicamente analizzati e trasformati in rapidi e snelli report, che sono stati pubblicati e adoperati come strumenti di lavoro per lo sviluppo di progetti. Interessante è l’esperienza dei Flash report della Caritas di Trieste, che hanno restituito in maniera puntuale e precisa quanto si stava recependo come effetto della pandemia. 
Infine, il tema dell’animazione della comunità: l’animazione è cuore dell’essere Caritas, perché esprime e realizza la dimensione educante, che è la finalità della carità. L’animazione, il cui esito è lo sviluppo nelle e delle comunità al senso di carità, in questo tempo si è anch’essa trasformata e per in taluni aspetti evoluta. La parola chiave di questa nuovo profilo dell’animazione è attivazione: si è manifestata in primis una più ampia solidarietà al dono e alla condivisione, ma si è registrato anche il fiorire di nuovi volontari, soprattutto tra i giovani. Importante, anche, è la centralità che hanno assunto le parrocchie nel modo di stare accanto ai poveri, e nel creare coinvolgimento, perché tutti i membri della comunità si prendessero cura dei poveri, non solo il gruppo della Caritas parrocchiale. Tutto questo fermento ci restituisce l’intuizione che ha portato ormai 50 anni fa alla nascita di Caritas Italiana, secondo cui attraverso i processi di collaborazione si può costruire una comunità che sia inclusiva, accogliente e prossima. Una comunità, per dirla con un verso del poeta Franco Arminio, «che sia ruscello e non pozzanghera; perché questo produce una dinamica emotiva ed economica».
Tra le altre, le esperienze di Padova, Mantova, Melfi, Oria e Cagliari, che hanno attivato modalità per la consegna a domicilio dei “pacchi alimentari”, sono anch’esse state azione di animazione, perché hanno costruito relazione: la dimensione di incontro personale, con la consegna domiciliare, è divenuta preziosa opportunità per instaurare nuovi legami, soprattutto con coloro che la letteratura degli studi sulla povertà di questo periodo ha definito “nuovi poveri”. “Nuovi poveri”, rintracciati soprattutto nella categoria di coloro, anche imprenditori, che hanno perso il lavoro. Di qui, per esempio, le tante esperienze di Fondi di solidarietà per le imprese attivati dalle Caritas diocesane. Tra queste, l’esperienza di Matera, che ha anche attivato un Fondo per il contrasto alla povertà educativa e culturale.
Se volessimo usare un’immagine per definire “quest’anima dell’animazione”, sarebbe quella di un “museo di comunità”. Tutte queste esperienze e queste modalità di interazione hanno creato un “luogo non luogo”, fatto di testimonianza viva da scoprire e conoscere. È una narrazione viva, che restituisce il senso culturale di generare “nuovi sensi”.
 
La cura di chi cura
I cambiamenti registrati a proposito di queste tre dimensioni dell’agire Caritas hanno, a loro volta, alimentato una forte riflessione intorno a un’altra e importante attenzione, ovvero la cura di chi si prende cura. Fin dall’inizio della pandemia, infatti, è emersa la centralità del coinvolgimento e del lavoro di operatori e volontari, ma strada facendo si è manifestata la necessità della cura di quanti si stavano prendendo cura dei poveri, e in generale delle fragilità della comunità. Di qui il pullulare e il fiorire di esperienze di formazione (che hanno confermato quanto utile può essere la metodologia online), ma anche di semplici momenti di condivisione delle fatiche e della bellezza dell’operare per gli altri in un’emergenza. Tra queste iniziative, merita menzione l’esperienza delle Caritas delle Marche, che per prime – tramite la loro delegazione regionale – hanno avviato il percorso online “Aiuta chi aiuta”, costituito da moduli composti sia da contenuti utili al servizio, che di spazi di preghiera, approfondimento, confronto.
L’attività formativa ha fatto emergere come “antica ma nuova” la necessità di rileggere questo tempo, di creare spazi di narrazione del vissuto, spesso pesante, per mettere al centro la persona nella sua interezza. È questo il valore e il senso della narrazione. 
La narrazione, ultima ma non ultima caratteristica di questo tempo. Narrare è, letteralmente, “far conoscere raccontando”. Narrare permette di esplorare l’infinità dei significati possibili di un’azione, di una persona, di un processo interno ed esterno.
Narrare costruisce la storia, cioè, la traccia del passaggio di qualcosa o qualcuno in un determinato tempo. È esperienza umana di intrecci.
Ecco perché in un tempo come questo, faticoso, fragile, sospeso, a metà tra cielo e terra, per la Caritas, organismo con «prevalente funzione pedagogica», tessere “trame e orditi” vuol dire innescare il cambiamento, generare crescita. Narrare perciò, non come strumento per ripararsi dalla furia della pandemia, di boccacciana memoria, ma come strumento per stare «nella storia con amore», con il coraggio della speranza.
 
Francesca Levroni
Lucia Surano