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Lunedì 18 Gennaio 2021
Poveri e ambiente: territori civili cercansi   versione testuale
18 gennaio 2021

Una data, più di altre, fa da spartiacque. Da allora, è a tutti più chiaro che esistono forti relazioni tra povertà e questioni ambientali. La data è il 18 giugno 2015, giorno di pubblicazione dell’enciclica Laudato si’. Papa Francesco espresse nell’enciclica con molta chiarezza l’idea del collegamento: «Non esistono due crisi separate, sociale e ambientale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale, per rispondere alla quale serve un approccio integrale, al fine di combattere la povertà e al tempo stesso prendersi cura della natura».
Le emergenze ambientali, lo sappiamo, non colpiscono in modo omogeneo i paesi e le fasce sociali: ad esempio, gli effetti della crisi climatica risultano molto più distruttivi nei contesti poveri e, spesso, le migrazioni rappresentano l’unica reazione possibile. Anche nell’Occidente più ricco e industrializzato, i poveri sono i più esposti all’inquinamento, alle mancate bonifiche, al degrado, alla convivenza con zone inquinanti o alla vicinanza ad aree critiche dal punto di vista geologico.
 
Per un’ecologia integrale. Anche in Italia
A partire da questi assunti teorici e da queste riflessioni, ha preso forma lo studio Territori Civili. Indicatori, mappe e buone pratiche verso l’ecologia integrale, pubblicato lo scorso fine novembre, grazie a una collaborazione tra Caritas Italiana e Legambiente. Si tratta di un rapporto nato per contribuire alla definizione di una visione del futuro da costruire insieme, alla luce delle forti connessioni tra dimensione ambientale, economica e sociale.
Nella prima sezione del volume, di taglio quantitativo, si propone uno studio delle regioni italiane, realizzato mediante un’analisi integrata di 40 parametri sociali e 30 indicatori ambientali, tesa a evidenziare in particolare nessi e sovrapposizioni tra dimensione sociale e dimensione ambientale, sia in termini di fragilità che in termini di risorse, in linea con gli studi di varie istituzioni (Istat, Ocse, Sdgs) e finalizzata a promuovere una visione sistemica del benessere, che vada oltre il mero aspetto economico.
Tra le variabili considerate, accanto agli indicatori della statistica pubblica, sono valorizzati i dati raccolti dai centri di ascolto Caritas presenti in ogni diocesi d’Italia e le conoscenze raccolte da Legambiente nel corso di varie indagini. Sul fronte delle fragilità sociali, ad esempio, oltre alle variabili relative alla sfera occupazionale, educativa, della deprivazione materiale e abitativa, della salute fisica e psicologica o dei fenomeni di marginalità, sono stati inclusi gli indicatori di fonte Caritas relativi alla cronicizzazione della povertà e alla “disaffiliazione” (la condizione di esclusione sociale di chi, secondo l’approccio del sociologo Robert Castells, risulta escluso dal mondo del lavoro e al contempo privo delle reti di supporto familiare). Ancora, in termini ambientali, accanto ai parametri relativi alla produzione di rifiuti e al loro smaltimento, al consumo di suolo, all’uso di fitofarmaci in agricoltura o al rischio di frane e alluvioni, sono stati inclusi quelli elaborati da Legambiente nel suo annuale Rapporto Ecomafia, relativi ai reati ambientali complessivi, al ciclo illegale del cemento o dei rifiuti, ai reati contro la fauna. La presenza di questi fenomeni criminali, infatti, oltre a minacciare la qualità delle risorse ambientali è anche un indicatore di fragilità economica, trattandosi quasi sempre di reati d’impresa, e rivela il ruolo nei territori delle organizzazioni mafiose, che hanno una sempre maggiore propensione a “investire” sulle attività, come la gestione illecita dei rifiuti, monitorate da Legambiente.
 
Mezzogiorno penalizzato, ma anche a nord…
Ci si potrebbe chiedere, dunque, in quali regioni italiane si intrecciano maggiormente condizioni di fragilità ambientale, di degrado e povertà? E quali sono quelle in cui emerge in modo più chiaro questa correlazione anche sul fronte delle risorse?
La lettura combinata delle fragilità sociali e ambientali delle regioni italiane da un lato conferma alcune note criticità, che vedono il Mezzogiorno fortemente penalizzato sul fronte dei fenomeni di degrado e delle fragilità da superare: Campania e Puglia sono le due regioni che presentano la più alta incidenza di fragilità sociali e ambientali combinate (vedi Territori civili, pagina 65); seguono, nell’ordine, Lazio, Sicilia, Sardegna, Toscana e Calabria. Non mancano tuttavia le sorprese; tre regioni del Nord compaiono infatti nelle prime dieci posizioni della classifica relativa alle criticità, sommando quelle sociali e ambientali: Emilia Romagna, Liguria e Lombardia si collocano all’ottavo, nono e decimo posto. Dall’undicesimo al ventesimo posto seguono infine, nell’ordine, Piemonte, Abruzzo, Basilicata, Umbria, Marche, Veneto, Molise, Friuli – Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino – Alto Adige.
Minori sorprese riserva invece l’analisi incrociata delle risorse sociali e ambientali (vedi Territori civili, pagina 67), che vede nelle prime posizioni le regioni che costituiscono il “motore” economico, la “locomotiva” produttiva del nostro paese: Lombardia, Emilia Romagna, Trentino, Veneto e Piemonte.
 
Un’Italia spaccata in due
La lettura combinata delle fragilità e delle risorse ambientali e sociali (vedi Territori civili, pagina 71), restituisce, infine, una fotografia di un’Italia spaccata in due, con quasi tutte le regioni del Nord collocate nel saldo positivo, con le sole eccezioni di Liguria e Valle d’Aosta. In una sorta di limbo si collocano invece la Toscana (appena sopra la soglia del saldo positivo per quanto riguarda il confronto tra risorse e fragilità sociali, e in territorio negativo per i risultati dei parametri ambientali) e l’Umbria, in cui i punteggi relativi alle risorse sociali e alle fragilità si azzerano.
Tutte le regioni del Mezzogiorno, invece, pur potendo contare su significative risorse, in particolare di carattere ambientale (da sostenere e valorizzare maggiormente), presentano un grave deficit complessivo, soprattutto a causa delle rilevanti fragilità sociali, che incidono enormemente sulla qualità della vita della popolazione residente (disoccupazione, grave deprivazione materiale, bassi livelli di reddito, dispersione scolastica, incidenza dei Neet). Non mancano pesanti eredità dovute alla presenza di ampie aree da bonificare, a cominciare dalla Sicilia, prima in Italia per superficie complessiva di siti contaminati. A pesare notevolmente è, infine, la forte incidenza negativa legata alla presenza diffusa delle organizzazioni mafiose, non estranee, come detto, a gravi fenomeni di degrado ambientale e ai reati ambientali.
Un ultimo aspetto da sottolineare, infine, riguarda il tema delle connessioni e delle relazioni esistenti tra i due ambiti (sociale e ambientale), in linea con i principi dell’ecologia integrale. Le relazioni tra parametri sociali e ambientali sono evidenti in quasi tutti i territori regionali italiani; per 9 regioni, un posizionamento sul versante negativo in ambito sociale corrisponde a uno stesso posizionamento sul fronte ambientale; l’allineamento dei trend sociale e ambientale si verifica anche per i territori “virtuosi” che si collocano sul versante positivo (6 in totale). Pur non potendo parlare di una correlazione statistica, i dati dimostrano un’evidente associazione tra le due dimensioni, in linea con gli assunti teorici di riferimento. 
Guardando al futuro, la strada da percorrere, pertanto, non può non essere che quella delineata e auspicata da papa Francesco nel testo della stessa Laudato si’: «È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. [...] Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».
 
Federica De Lauso