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La loro lotta, la nostra causa   versione testuale
9 febbraio 2021

Il frastuono di pentole percosse riempie l’aria.
Potrebbe essere una delle feste che celebra il nuovo anno e scaccia i demoni del passato. Potrebbe essere il momento della rinascita, dell’allontanamento del maligno per fiorire alle bellezze della vita nuova.
Sfilano nel frastuono anche i contadini. E se d’intorno ci fossero campi e raccolti potrebbe essere la puja del raccolto. Se ci fossero colori sgargianti e canti di giubilo sarebbe il segno che la messe è stata generosa e si celebra la vittoria del duro lavoro e del sudore sapiente.
Ma il rumore delle pentole, per le strade di Yangon, Naypyidaw e di alcuni altri centri del Myanmar, serve a scacciare demoni quasi piú pericolosi di quelli della tradizione: è tornata, lunga e densa, l’ombra minacciosa della dittatura. Dopo anni di timidi e spesso zoppi tentativi di democrazia, l’esercito ha ripreso il controllo del paese, dichiarando lo stato d’emergenza per un anno e arrestando una buona parte dei leader del Partito democratico.
Il fracasso fatto dai contadini indiani nella capitale e in altre zone dell’India non celebra la nuova stagione o i magazzini pieni di raccolto: serve a protestare contro un corpo di leggi penalizzanti per il settore. Non ci sono colori o canti, ma manifestazioni, urla di rabbia e proteste diffuse. 
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Come in molti altri paesi nel mondo, e particolarmente in Asia, la classe al potere, votata legittimamente o autoproclamatasi vincitrice delle elezioni, non lavora per salvaguardare i diritti di tutti, non si occupa dei piú deboli, ma giustifica se stessa, alimenta il proprio egocentrismo politico e personale per rafforzare il potere e poter sfruttare senza limitazioni la propria posizione di comando. Sempre, ma solo a parole, in nome del servizio piú alto alla Nazione...
In Myanmar i generali a capo dell’esercito, reminiscenza radicatissima di una tirannia di decenni, dopo la sconfitta schiacciante alle elezioni del novembre scorso e dopo la risposta da parte della Commissione preposta, che confermava la svolgimento regolare della tornata elettorale, hanno arrestato Aung San Su Kyi e altri rappresentati del Partito democratico e hanno gettato il paese nella paura di un ritorno al passato. La leader ultrasettantenne viene detenuta in un luogo sconosciuto, e formalmente accusata di importazione illegale di strumentazioni per la comunicazione, in concreto due walkie talkie... 
In India, mentre il paese tenta di trovare una soluzione all’impatto devastante del Covid sulla vita delle persone, sull’economia e sulle speranze di futuro di centinaia di milioni di cittadini poveri, il primo ministro Narendra Modi attacca pubblicamente i contadini, che da mesi si sono attivati per protestare contro leggi a favore del settore privato, che vanno a scapito dei contadini stessi.
 
Accolti dall’esercito
Raju, Bishal, Amul sono solo alcuni dei moltissimi accorsi nella capitale New Dehli il giorno delle celebrazioni dell’indipendenza della Grande Madre India. Sono rimasti accampati ai confini della città per qualche settimana e poi, in massa, si sono riversati a piedi, con carri e trattori, tra urla, slogan e rabbia polverosa nel centro della metropoli.
Sono stati accolti dallo spiegamento dell’esercito, dalle barricate di ferro, dagli spuntoni d’acciaio sulle strade per bucare le ruote dei mezzi, dai cannoni caricati a gas lacrimogeno. E da un potere che li addita, adesso, a nemici della democrazia. A nemici della Madre India.
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Un potere che da anni, in nome dell’“indianitá”, di una purezza della tradizione, facendo leva su uno spirito di appartenenza radicatissimo e gonfiato da tutte le parti politiche sin dall’indipendenza, addita gli oppositori come “minaccia per l’unitá nazionale”. Laddove l’obiettivo di questa etichetta cambia rapidamente e l’unità nazionale viene tanto divinizzata, quanto erosa sistematicamente dalla stessa divinizzazione. “Prima solleviamo la polvere e poi diciamo di non poter vedere”. Ovvero la soluzione, sovente, è il problema stesso: oggi sono i contadini, ieri erano i musulmani, il giorno prima gli abitanti del Kashmir, in una lunga lista di etichette, appiccicate per coprire la fragilità di personalità e sistemi politici gonfiati.

La protesta corre in rete
Ma i sistemi cambiano sempre, perché si modificano le condizioni e gli elementi che formano il sistema stesso. E così gli abitanti del Myanmar non sono più né quelli di ieri né quelli di anni fa, e cosi i contadini indiani sono diversi dai contadini che erano prima di novembre. 
Per le strade di Yangon e di tutta l’ex Birmania non sembrano venire meno i cittadini che protestano, in forma per ora del tutto pacifica, contro quello che viene considerato un sopruso da parte dei militari. Per le strade di Delhi e di altre città del subcontinente continuano le dimostrazioni, non sempre pacifiche, dei contadini e della loro rabbia.
La protesta, già da tempo in tutto il mondo ed emblematicamente anche in questi casi, si è spostata però anche su un altro terreno, dove non serve essere presenti di persona, dove anche le restrizioni per il Covid o la paura del contagio non possono entrare, dove il supporto di chi è distante migliaia di chilometri ha lo stesso peso di quello che è a fianco, sulle strade: la rete internet.
Nel Myanmar di oggi la chiamata alla protesta civile corre veloce in rete: facebook, instagram, twitter e molti altri social media sono divenuti il luogo privilegiato su cui far correre documenti di protesta civile, proposte di mobilitazione, incitazioni all’attivismo.
E i contadini indiani, a loro volta, contano sulla diffusione online degli appelli e sul supporto etereo di persone lontane. La cantante Rihanna, e conseguentemente anche Greta Thunberg, hanno risposto all’appello, simpatizzando per la causa o facendo rimbalzare le notizie in rete e ampliando l’eco della protesta, prima del tutto domestica, a livelli diversi. E sono diventate a loro volta, in un processo ormai prevedibile e grottesco, i nuovi bersagli demoniaci dell’establishment.
Ecco allora che – risposta immediata, diretta e quasi banale nella sua linearitá – i governi sono corsi ai ripari: interrotta la rete internet per più di 24 ore in Myanmar, e selettivamente sospesa anche in alcuni distretti della capitale indiana. 
 
La soluzione diventa problema
L’India non è per niente nuova a queste limitazioni della comunicazione via web: solo recentemente, nel 2019, per mesi il servizio internet è stato sospeso in Kashmir, all’indomani della modifica dello status di “autonomia protetta” della regione. E prima di allora e dopo di allora è successo numerose altre volte.
Ma anche in Sri Lanka, nel marzo 2018 a seguito dei disordini interni, e poi nel 2019, all’indomani degli attacchi terroristici, la rete o l’accesso ad alcuni social media erano stati sospesi per prevenire agitazione sociale e la diffusione di notizie false.
Poi, però, i governi per primi si rendono conto che le banche non possono funzionare senza internet, che il sistema di sicurezza nazionale è ormai troppo legato alla rete, che la chiusura di 24 ore brucia milioni di dollari di affari: ancora una volta la soluzione che diventa il problema.
I blocchi internet, infatti, non solo causano perdite economiche o disfunzionalità amministrative serissime, ma, ancor di più, infiammano l’opinione pubblica e rafforzano le richieste dei manifestanti in termini di democrazia, accesso a decisioni più eque, salvaguardia dei diritti di voto e rappresentatività. In India già più volte il governo Modi è stato contraddetto dai tribunali proprio in relazione alla chiusura della rete.
 
Tornano a splendere gli eroi
Mentre alcuni governanti si impegnano nel limitare i danni di decisioni arbitrarie prese in nome, ma contemporaneamente a discapito del proprio popolo, crescono e si rafforzano tra i cittadini dei paesi del Sud-Est asiatico le richieste di maggiore libertà, di processi aperti e condivisi, di partecipazione. Si sono levate le voci di leader politici e religiosi a difesa della democrazia in Myanmar; si continuano a muovere anche oggi, nel paese, decine di migliaia di persone che marciano in pace e ben decise a difendere quanto essi stessi, o i loro genitori e nonni, hanno conquistato con fatica e morte negli anni.
Tornano a splendere gli eroi di cui il popolo si nutre per avanzare nella storia: Aung San Su Kyi, la Madre, come viene definita in questi giorni, aveva visto, in seguito alla tragedia dei Rohingya, vacillare la propria luce di trasparenza. E ora è di nuovo l’eroina salvatrice della patria.
Intanto il Contadino indiano, che rappresenta il 60% della popolazione, torna, da semplice lavoratore rozzo e ignorante, ad assumere un ruolo attivo e a rivendicare i propri diritti.
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Suonano le pentole, le notifiche dei cellulari, i trattori, le urla, le botte e i passi di chi sfila. E da una strada in Myanmar, da un campo del Punjab, sale la richiesta di libertà. Fino a raggiungere i confini di continenti lontani, e a diventare – in obbedienza a uno degli slogan utilizzati dai manifestanti in Myanmar, durante le manifestazioni di strada, e nel tam tam online a difesa della democrazia minacciata – la “nostra causa”.
 
Beppe Pedron