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Sahel, troppa strada nella direzione sbagliata   versione testuale
10 febbraio 2021

«Questo attacco è un atto di repressione contro la resistenza che le popolazioni hanno dimostrato contro i jihadisti». Il commento del ministro degli interni del Niger non lascia dubbi su quanto accaduto il 3 gennaio 2021 nei villaggi di Tchoma Bangou e Zaroumadareye: a 120 chilometri dalla capitale Niamey, un centinaio di motociclisti sono giunti nelle due località del Tillaberi, massacrando almeno 100 persone, per dare poi alle fiamme ogni cosa. Copione purtroppo tristemente noto nel Liptako-Gourma, regione a cavallo fra tre stati saheliani, ovvero Mali, Niger e Burkina Faso, che da anni vivono nel terrore del jihad. I responsabili di tali atti sono di solito nativi dei luoghi: la tecnica consiste nell’estorcere ai villaggi cibo, soldi, giovani da arruolare, per assumerne il controllo. Chi non fugge o si piega, sa cosa lo attende. Quello del 3 gennaio è solo un esempio, neanche il più efferato: sono stati centinaia i casi negli ultimi 5 anni nei 3 stati, il genere di massacro da cui milioni di persone oggi fuggono.
Il risultato è una delle crisi umanitarie più gravi al mondo. I morti nel Liptako-Gourma, nello scorso agosto, erano ormai giunti a 5 mila. Nell’ottobre 2020 già 1.617.132 persone erano in fuga e oggi almeno 3,7 milioni di persone sono in stato di insicurezza. Le scuole laiche vengono reputate nuclei di propaganda occidentale, e i loro insegnanti un obiettivo: di conseguenza in Mali, nel marzo 2020, 1.129 scuole erano chiuse, con 338.700 bambini e 6.774 insegnanti coinvolti. In Burkina Faso a fine 2020 erano invece chiuse 2.200 scuole, con 350 mila bambini senza istruzione, mentre 1 milione di persone risentono della chiusura di 323 centri di salute, che in Mali per il 23% non sono più funzionanti.
 
Non arrivano dal Pakistan
«Chi sono i terroristi? Scordatevi le idee del passato: non arrivano da Pakistan o Afganistan. Sono i nostri connazionali, vicini di casa, nati e cresciuti nei nostri villaggi, hanno studiato nelle nostre scuole e ci conoscono tutti». Lo hanno riferito ai giornalisti le vittime degli attacchi di inizio anno. Il jihad nel Sahel centrale sfrutta giovani esclusi e disoccupati di etnie marginalizzate: una questione giovanile di frustrazione, canalizzata in una lotta dalle sembianze etnico-religiose. Ma il conflitto, in realtà, deriva da decenni di deterioramento della coesione sociale, ed è stato poi innescato da fatti contingenti. La marginalizzazione delle comunità pastorali è ormai un dato di fatto, in un clima di sfiducia reciproca fra attori della società e contro poteri pubblici assenti o, se presenti, repressivi e corrotti. Tutto ciò, in un contesto di povertà, mancanza di servizi, sottosviluppo, sicurezza compromessa e crimine organizzato, e di abbandono di vaste aree da parte dello stato. La pressione sulle risorse naturali e minerarie, agevolata da una mai risolta questione fondiaria, ha infine incrociato l’incremento demografico. Tutte concause che hanno reso impossibile resistere alle pressioni del cambiamento climatico, che impoverisce i suoli e esaspera la lotta per la terra.
Quella del Sahel è infatti una crisi anche ambientale. «L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale». Papa Francesco, nell’enciclica Laudato Si’, offre una chiave di lettura applicabile anche allo scenario saheliano. Il trend è allarmante, in Africa: secondo l’Onu, l’80% delle terre arabili nel Sahel è degradato, le temperature si alzano 1,5 volte più rapidamente che nel resto del mondo con il corollario di inondazioni e siccità , ed entro il 2050 si potrebbero alzare di 3 gradi centigradi. Il cambiamento mette sotto pressione attività agricole su suoli sempre meno produttivi e più scarsi: la competizione si va inasprendo su terre sempre più contesa.
 
La pressione di clima e demografia
Al riscaldamento climatico si accompagna l’incremento demografico. I demografi stimano che i paesi africani del G5 (Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania, Ciad) passeranno dagli 83,7 milioni di abitanti del 2019 ai 196 milioni del 2050. Negli ultimi 60 anni, l’elevata fertilità si è associata a una minore mortalità infantile, con conseguente ringiovanimento delle popolazioni saheliane. Nel 2020, il 47% della popolazione del G5 aveva meno di 15 anni e l’80% meno di 35. I giovani tra i 15 ei 34 anni rappresentavano un terzo del totale dei cittadini, il 71% della popolazione era di età inferiore ai 15 anni, l'età media fra 17 ai 19 anni. Al cambiamento climatico si aggiunge quindi una pressione demografica che rende le terre coltivabili più necessarie. 
L’impatto della crisi si abbatte poi su stati fra i più fragili del mondo. I bassi indici di sviluppo umano (Burkina Faso 182°, Mali 184°, Niger 189°) e i tassi elevati di popolazione in povertà estrema (in tutti e tre i paesi i cittadini che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno sono ben più del 40%) si associano a dati allarmanti sulla sicurezza delle istituzioni. La corruzione dilaga (Burkina Faso 85°, Niger 120°, Mali 130°) e la fragilità degli stati è pronunciata (Mali il 16° più fragile al mondo, Niger il 19°, Burkina Faso il 37°) e in peggioramento.
 
Fulani e Tuareg i più vulnerabili
Il Liptako-Gourma, frontiera fra tre stati, è unito da attività produttive e conformazioni sociali simili. La crisi che dal 2012 rischia di disintegrare i tre paesi che vi convergono si concretizza in un conflitto fatto di gruppi armati, estremismi, esodi. La regione racchiude le aree più svantaggiate dei tre paesi e presenta un clima estremo, caratterizzato da insicurezza alimentare e povertà acuta, e nel quale disoccupazione, malnutrizione, assenza di servizi sanitari e scolastici sono la quotidianità. È questo lo scenario che ha sopportato le conseguenze della guerra in Mali del 2012 e 2013, e che avrebbe dovuto resistere al dilagare del jihad, che invece a partire dal 2013 si è capillarmente infiltrato
Così oggi si combatte un conflitto fra gruppi jihadisti e milizie d’autodifesa che attaccano i villaggi dell’etnia avversaria, in una spirale di violenza in cui ognuno si percepisce come vittima. Obiettivi privilegiati sono le forze dello stato, le autorità locali, i capi tradizionali e religiosi, gli insegnanti, i medici, e soprattutto la popolazione. Agnes, 27 anni, operatrice di una organizzazione umanitaria, conferma da Bamako, capitale del Mali, che «la tecnica di conquista è sempre distruttiva: uccidono gli animali, bruciano campi e tutti i beni. Vogliono che per chi fugge non ci sia motivo per tornare. Arrivano per restare». Istanze etnico-religiose, vendette personali, disegni politici stranieri si mescolano e si inaspriscono a vicenda.
I gruppi di Fulani e Tuareg sono stati i più vulnerabili alla retorica del jihad. Le ragioni sono profonde: il programma jihadista sembra una soluzione credibile a problemi non risolvibili. Nel Sahel, un terrorista riceve uno stipendio, che lo riscatta da condizioni ordinarie di disoccupazione e povertà. Anche l’aspetto reputazionale è coinvolto: a giovani uomini disadattati, che escono dall’adolescenza con le pressioni tipiche dell’ingresso nell’età lavorativa e matrimoniale, il jihad offre lo status di guerriero di Allah. Vi è poi la necessità di difendere la propria comunità: il jihad è concepito come auto-difesa per giovani oggetto di persecuzioni. Una scelta che però si paga pesantemente, continua Agnes: «Un ragazzo di 20 anni che ha compiuto massacri in villaggi in cui è riconosciuto non può decidere di tornare alla sua vita perché ravveduto. Ha fatto una scelta per cui non c’è ritorno. Passerà il resto della sua vita prigioniero di una scelta».
 
Il jihad vuol dire stabilità
Simili sono le spiegazioni per il fiancheggiamento offerto dalla popolazione: i terroristi offrono servizi preziosi che lo stato non garantisce, difendono le comunità e ristabiliscono la legge dove c’è anarchia. Eduard, 23 anni, attivista per un’associazione a Bamako, insiste: «Chi vive di pascolo e non può praticarlo, se trova chi lo scorta e lo fa accedere ai terreni, non può rifiutare. Sta avendo subito, a basso costo, da un bandito, quello che ha chiesto da sempre inutilmente allo stato».
Nelle zone sotto controllo del jihad, detto in altri termini, c’è stabilità: la Sharia è brutale, ma chiara e applicata con trasparenza, gratuità, rapidità, elementi che mancano a uno stato debole e assente. Il modello offerto è operativo. L’origine del radicamento del jihad è la frustrazione giovanile, che sfocia in un’ambizione rivoluzionaria: la retorica è violentemente anti-establishment, contro un’élite tradizionale ossificata e corrotta.
Youssuf, volontario 31enne in Mali, conclude: «Finché lo stato non giocherà il suo ruolo, sarà difficile ricostruire. Siamo troppo avanti, abbiamo fatto troppa strada nella direzione sbagliata». Ma si deve comunque iniziare a ricostruire: «Non possiamo aspettare che sia qualcuno a venirci a salvare: l’aiuto di un giovane è lui stesso, il suo lavoro. Dobbiamo incoraggiare e sostenere questi singoli progetti di vita».
 
Federico Mazzarella