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Vaccino in chiesa, per tornare al caffè   versione testuale
3 marzo 2021

Rimanere distanziati in Indonesia è difficilissimo. Si prenda la capitale, Jakarta, con i suoi 12 milioni di abitanti che affollano le strade sempre trafficate, e con i suoi kampung, i villaggi tradizionali di piccole case basse, popolate da famiglie di 5 o 6 persone, che circondano i grattacieli: come si fa a rispettare il metro di distanza?
In tempi pre-Covid, le distanze, in questo immenso arcipelago, che corre per quasi 5 mila chilometri lungo l’equatore, erano già più ridotte di quelle che caratterizzavano le nostre latitudini. Stare in fila, in Indonesia, poteva e può essere un’esperienza che lascia perplesso un occidentale: si sta veramente pressati. E così, fuori dai negozietti di tutte le strade indonesiane, ove ci si siede a chiacchierare e a bere un kopi atau te (un caffè o un tè), fumando l’ennesima sigaretta fino all’alba, è stata dura: non si potevano più fare le stesse cose che si sono sempre fatte in passato.
 
Il virus che attacca i ricchi
La pandemia però ha ribaltato anche la quotidianità dell’Indonesia. Molte persone, famiglie e comunità hanno dovuto rassegnarsi a pratiche ed esperienze anche a noi purtroppo ormai ben note. Prendiamo la scuola, che in Indonesia è chiusa da marzo 2020 e non ha mai riaperto. Anche nell’arcipelago hanno fatto le lezioni in Zoom, con i ragazzi contentissimi e con i genitori a fare i salti mortali per farsi prestare o regalare computer usati o vecchi telefoni, e in qualche area con insormontabili problemi di connessione. E come nel resto del mondo, le limitazioni allo spostamento sono molte. C’è il coprifuoco notturno, gli assembramenti sono vietati, bisogna portare la mascherina che ha tuttavia un costo: e non tutti riescono a cambiarla una volta al giorno…
Quello che cambia, in Indonesia, è che non c’è un’Unione europea che può investire miliardi di euro nella ripartenza. Il governo indonesiano ha dato ristori, ma poca roba, non comparabili a quello che si è visto, e si vedrà nei prossimi mesi, in Italia e in Europa. Da un anno molti lavoratori sono tornati nelle loro isole di origine, disoccupati per il Covid19, espulsi dalle grandi città indonesiane, ma anche malesi e singaporesi. E ora sono lì, in attesa, senza stipendio e in condizioni di povertà estrema.
Fino a qualche mese fa nel paese, a dire il vero, c’era ancora scetticismo sull’esistenza del Coronavirus. «C’era chi pensava, soprattutto tra i più poveri – spiega padre Fredy Rante Taruk, direttore di Caritas Indonesia –, che il virus attaccasse solamente i ricchi perché possono viaggiare e girare molto. E invece loro ne fossero immuni, essendo finora sopravvissuti alla povertà, al cibo non salutare, a condizioni di vita non igieniche. E allora noi di Caritas abbiamo cercato di aiutare, e continuiamo ad aiutare, in collaborazione anche con il governo, a fare formazione e sensibilizzazione sull’importanza del distanziamento, del lavaggio delle mani e dell’uso della mascherina. E maggiore consapevolezza ora c’è». 
 
Anche le piccole isole
D’altra parte i numeri non mentono. A fine febbraio 2021, più di 1,3 milioni di indonesiani risultavano essere stati infettati e più di 35mila i morti. Questi numeri pongono l’Indonesia al primo posto nel Sud-Est asiatico, e al secondo in Asia (dietro l’India), per numero di contagi e vittime; a livello mondiale, l’Indonesia è in 17ª posizione. Ad ogni modo, sia pur alte in termini assoluti e se rapportate al contesto asiatico, le cifre indonesiane sono ben lontane, in termini di incidenza e di proporzioni rispetto al totale della popolazione, da quelle di molti altri paesi, compresa l’Italia (che a inizio marzo contava quasi 2,9 milioni di contagiati e più di 97mila morti).
«Si ha l’impressione che, comunque, il governo riesca a tenere a bada la curva dei contagi. È vero, siamo il paese più colpito in numeri assoluti nel Sud-Est asiatico, ma abbiamo 270 milioni di abitanti – osserva Frans Esensiator, responsabile dei progetti di ricostruzione di Caritas Indonesia nella regione del Sulawesi e collaboratore di Caritas Italiana da molti anni –. Da qualche giorno in alcune province occidentali hanno tolto l’obbligo del test antigenico per entrare. L’economia migliora, anche se lentamente. Alcuni mercati tradizionali a Giava sono stati riaperti e la Borsa a Jakarta è tornata ai livelli pre-Covid. Alcuni stimoli economici ci sono stati, certo non paragonabili a quelli dell’Europa».
Ma il punto centrale, anche in Indonesia, rimane il vaccino: «La campagna è iniziata da un mese con il presidente Jokowi – riepiloga Esensiator – e continua con il personale sanitario, in particolare, ma anche con i più anziani. Anche a Nias, la piccola isola dove abito vicino a Sumatra (e dove Caritas Italiana lavora dal 2004 dopo il più distruttivo tsunami della storia, ndr), ho visto che i sanitari sono stati vaccinati quasi tutti. E se sono a buon punto a Nias, realtà periferica e difficilmente raggiungibile, vuol dire che nelle aree più accessibili e nelle isole più grandi stanno andando bene: gli annunci che il governo fa sembrano reali».
In Indonesia hanno l’obiettivo di vaccinare 181 milioni di persone entro il 2021 e a fine febbraio sono stati immunizzate circa 2 milioni di persone. Alcuni osservatori dubitano che sarà possibile centrare il risultato finale, dato che si parla di una popolazione numerosa, distribuita su 6 mila delle 17 mila isole dell’arcipelago, alcune delle quali senza energia elettrica. Ma la campagna è iniziata di buona lena, con la distribuzione del vaccino CoronaVac fornito da Sinovac Biotech, azienda statale cinese, da cui il governo indonesiano si è assicurato 330 milioni di dosi, da ricevere nei prossimi mesi. Accordi sono stati fatti anche con Novavax e AstraZeneca, contatti sono in corso con Moderna, Pfizer e Sinopharm. Nelle ultime settimane il CoronaVac è stato prodotto anche direttamente in Indonesia da Bio Farma, azienda farmaceutica di stato, con le materie prime date direttamente dai cinesi di Sinovac Biotech.
 
Dosi certificate Halal
Nel paese islamico democratico più popoloso al mondo, prima di affidarsi al vaccino molti indonesiani hanno atteso che avesse la certificazione Halal, vale a dire l’assicurazione che la produzione segue i principi islamici, per convincersi definitivamente ad accettare la vaccinazione gratuita. «Ormai, nonostante qualcuno dica il contrario, la gente ha deciso di farsi vaccinare e non vede l’ora di poterlo fare – spiega padre Fredy, direttore di Caritas Indonesia, testimoniando una ventata di positività tra la gente –. Si sente molta speranza nel paese. Rispetto a qualche mese fa si ha l’impressione di stare meglio, sicuramente rispetto al 2020 la situazione è migliorata e sento e vedo molta unità ora tra tutti».
Lo stesso padre Fredy è stato testimone di un bel gesto di unità di popolo e di fedi diverse, negli ultimi giorni di febbraio: «Ho ricevuto la mia prima dose di vaccino nella Mesjid Istiqlal di Jakarta, la moschea più grande del Sud-Est asiatico, insieme ad altri preti e suore cattoliche, a pastori protestanti e di chiese indipendenti e a tantissimi ulema islamici. C’erano anche religiosi hindu, buddisti e confuciani: eravamo un migliaio. Il governo ha proposto questo gesto unitario e accogliente verso tutte le confessioni religiose, che ci è piaciuto molto e abbiamo condiviso e sostenuto, in modo che il programma vaccinale possa procedere speditamente tutti insieme».
La vaccinazione offerta ai toko agama non va intesa come atto di privilegio. Quanto piuttosto, considerata la buona reputazione di cui i leader religiosi godono presso la popolazione, come occasione per dare un esempio, cui molti possano conformarsi. Dopo la vaccinazione nella grande moschea, Caritas Indonesia, in coordinamento con la Conferenza episcopale indonesiana, ha accettato la richiesta del ministero della salute di ospitare nelle chiese e nei locali delle diocesi cattoliche le vaccinazioni di massa, senza distinzioni religiose o restrizioni di alcun tipo.
Il governo sta cercando luoghi per diffondere la campagna vaccinale nella maniera più capillare possibile. «Abbiamo accettato con gioia – spiega dunque padre Fredy – e in 10 capoluoghi di provincia nei prossimi giorni, nel rispetto di tutti, ci hanno chiesto di avviare mille vaccinazioni al giorno: le faremo nelle chiese, nei nostri edifici e ambulatori sociali, poi penso che continueremo ancora. La gente è contenta di questo, l’obiettivo è vaccinare e proteggere il maggior numero di persone possibile, in fraternità e amicizia». Tutto questo per tornare a poter sedersi la sera sullo sgabello all’angolo di quella strada indonesiana, trafficata a ogni ora del giorno, per bere un caffè e parlare stando vicini. Anche a meno di un metro di distanza, fino alla mattina dopo.
 
Matteo Amigoni