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Lunedì 22 Marzo 2021
Siria, la speranza del ritorno   versione testuale
22 marzo 2021

Sono passati 10 anni dal marzo 2011, quando la Primavera araba sbocciò in Siria, fiorendo con le parole sui muri delle scuole di Da’ra. Quelle parole-graffiti erano la voce fatta materia del popolo siriano, che al regime di Damasco chiedeva a gran voce altre parole, piene di significato: chiedeva hurriyya, libertà, kurama, dignità, muwatana, cittadinanza. Ma la voce pacifica del popolo si trasformò ben presto in un urlo di dolore, perché quelle legittime richieste furono soffocate nel sangue da parte di Bashar al-Assad, ultimo rappresentante di una dispotica dinastia, al potere in Siria da oltre 40 anni.
In breve tempo le proteste sollevate dal popolo divennero una guerra civile, che coinvolse sullo scacchiere siriano potenze internazionali, come Russia, Turchia, Iran, Stati Uniti e Israele; gruppi armati di varie estrazioni ideologico-politiche, mossi da interessi particolari; costellazioni terroristiche della buia galassia jihadista, come l’Isis, che lasciarono la Siria ferita e sanguinante.
A dieci anni dai graffiti di Da’ra, la guerra continua e l’eredità della primavera siriana è tutt’altro che florida: una miseria fatta di polvere, macerie, di centinaia di migliaia di morti; di un’instabilità da cui il paese non si libererà nel prossimo futuro. Di milioni di civili in fuga.
 
L’impatto dell’esodo sul Medio Oriente
Quest’ultima questione rappresenta un dramma, nel dramma di una guerra senza fine. Più della metà della popolazione siriana prebellica è ora sfollata. Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), i siriani costituiscono infatti il maggior numero di “sfollati forzati” nel mondo. Sono 13 milioni gli uomini, le donne ei bambini costretti a lasciare le loro case a partire, dal 2011, allo scoppio delle proteste antigovernative. Circa la metà di quelle stesse persone ha dovuto compiere la difficile scelta di abbandonare il paese, cercando rifugio in altre nazioni, a cominciare da Turchia, Giordania e Libano, che attualmente ospitano il maggior numero di profughi siriani a livello globale.
Oltre a valutare i dati assoluti (numero totale di profughi siriani), è importante cercare di analizzare l’impatto demografico che l’esodo ha avuto in tutta la regione medio-orientale. La popolazione della Siria tra 2010 e 2019 è infatti scesa del 20% (da 21,4 a 17,1 milioni); di contro, aumenti percentuali considerevoli hanno riguardato i paesi confinanti (15-16% per Turchia e Israele, 30 e addirittura 40% per Iraq, Libano e Giordania). I numeri relativi ai rientri spontanei in patria continuano invece a essere molto bassi, paragonati al totale dei profughi all’estero. Secondo i dati Unhcr, al 31 dicembre 2020 erano stati 267.170. Il numero più alto, poco più di 100 mila, riguarda sono i rientri dalla Turchia, mentre poco più di 60 mila hanno fatto rientro dal Libano, circa 55 mila dalla Giordania, a seguire da Iraq ed Egitto.
Il 2019 è stato l’anno in cui si è registrato un netto incremento dei rientri, che hanno visto protagoniste quasi 100 mila persone, ma il trend non è stato confermato nel 2020, quando i rientrati sono stati solo 38.233. Nonostante numeri così bassi, un sondaggio annuale dell’Unhcr, giunto alla sua quinta edizione, evidenzia come la maggior parte dei siriani che vivono in Libano, Giordania, Iraq e Egitto sia desiderosa di tornare in patria. Nel 2019, ultimo anno del sondaggio, il 75,2% degli intervistati ha dichiarato di sperare di tornare un giorno, ma solo il 5,8% dichiarava che aveva intenzione di fare ritorno entro i successivi 12 mesi, mentre quasi il 20% ha dichiarato che non intende fare ritorno al proprio paese (il 5% è indeciso).
Del resto, alcuni tornano in Siria non a causa delle opportunità positive che li aspettano in patria, piuttosto per sfuggire alle difficoltà che vivono nel contesto in cui si trovano, per il desiderio di ricongiungersi con i propri familiari o per il fatto che abbiano terminato i risparmi che permettevano di vivere all’estero. Tra coloro che dichiarano di voler tornare in patria, il numero più alto si registra tra i residenti in Libano, quasi l’86%.
La volontà generale dei siriani di far ritorno alla propria terra viene confermata anche da un recente studio della Syrian Association for Cytizens’ Dignity: sarebbero almeno 9 milioni i siriani che sognano di tornare a casa un giorno. Ma perché questo accada, vogliono vedere cambiamenti effettivi nella loro terra d’origine. Vogliono che sia garantita una sicurezza diffusa in tutto il paese.
 
All’interno spostamenti continui
Al dramma dei profughi si somma, in Siria, quello degli sfollati interni. I siriani costretti a lasciare le proprie case e che hanno scelto di rimanere nei confini nazionali, o vi sono rimasti incastrati, sono 6,7 milioni, e si concentrano in particolare nel nord-ovest e nord-est della Siria, in aree fuori dal controllo delle forze di Assad.
Gli spostamenti peraltro continuano: sono stati oltre un milione i “nuovi” sfollati nei primi tre mesi del 2020, a causa dell’attacco sferrato dalle forze di Bashar al Assad e dai suoi alleati alla città di Idlib e alle aree a nord di Aleppo. Un attacco che ha creato ulteriori, profonde, sofferenze; bambini, donne e uomini sono stati sfollati per l’ennesima volta, costretti a vivere in campi improvvisati al confine con la Turchia, in un rigido inverno, in condizioni subumane.
 
Gli appelli di Francesco
Negli ultimi anni, il problema degli sfollati interni e dei profughi siriani ha rappresentato un punto di riferimento costante della predicazione di papa Francesco: nel dicembre 2020, in occasione dell’incontro organizzato dal Dicastero per lo Sviluppo umano integrale sulla crisi umanitaria in Siria e Iraq, il Pontefice chiamò in causa la comunità internazionale perché compisse «ogni sforzo per favorire questo rientro, garantendo le condizioni di sicurezza e le condizioni economiche necessarie perché ciò si possa avverare. Ogni gesto, ogni sforzo in questa direzione è prezioso».
Ancora, nel primo giorno di questo 2021, nel messaggio per la celebrazione della 54ª Giornata mondiale della pace, papa Bergoglio ha ribadito la necessità di diffondere “la cultura della cura”, intesa come impegno comune, solidale e partecipativo: «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite; c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».
Purtroppo, i percorsi di pace invocati da papa Francesco sembrano in Siria tutt’altro che chiari. La Primavera siriana è stata infatti una rivoluzione tradita e fallita: i problemi che l’hanno generata sono ancora lì, più forti di prima. Nel paese, che resta frammentato e in conflitto dopo quasi un decennio di instabilità, il potenziale che si era sprigionato nei primi giorni della rivoluzione sembra oggi irriconoscibile. L’impatto della guerra e delle rivolte ha lasciato nel caos una regione che non si era ancora ripresa dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003. Agli occhi di molti lo spettro dell’autodeterminazione appare più lontano che mai, come la prospettiva di una pace futura.
 
Chiara Bottazzi