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I ragazzi delle gang, vittime due volte   versione testuale
30 marzo 2021

Ad Haiti si respira un’aria di grande insicurezza. Il paese, già gravato negli ultimi decenni da una perenne instabilità politica, esposto a corruzione diffusa e reiterate violazioni dei diritti umani, provato da ricorrenti catastrofi naturali (terremoti, maremoti, tifoni), relativamente risparmiato dal Covid ma segnato da livelli di protezione sanitaria e sociale più che inadeguati, deve fare i conti anche con il dilagare di inquietanti forme di violenza. Numerose gang giovanili, infatti, seminano il terrore in varie zone della capitale Port-au-Prince, e per consolidare il loro potere si finanziano con i rapimenti. Da tempo i sequestri di persona a scopo di estorsione sono all’ordine del giorno. E la tendenza è in preoccupante ascesa: nel 2020  i rapimenti sono aumentati del 200% rispetto all'anno precedente (234 casi, dei quali 59 con vittime donne e 37 con vittime minori, rispetto ai 78 casi del 2019). La popolazione è esasperata e ha timore a uscire di casa. 
Per contrastare questo clima di insicurezza, il 18 marzo il presidente Jovenel Moise, che ormai da un anno governa per decreto, in assenza di un parlamento, ha imposto lo stato di emergenza in quattro aree periferiche della capitale, con l’obiettivo di ristabilire l’autorità dello stato nelle zone governate da gang e gruppi armati. 
Il decreto limita alcune libertà fondamentali dei cittadini nei quartieri interessati e conferisce poteri eccezionali all’esecutivo, autorizzando le forze dell’ordine ad adottare misure urgenti al fine di riprendere il controllo della situazione. 
 
Un terribile tessuto protettivo
Le ultime vicende fanno seguito a un crescendo di violenza, esplosa nel paese da più di due anni. Haiti sta diventando un territorio senza legge, terra fertile per il proliferare delle gang, che perpetrano i loro atti criminali alla luce del sole. Grazie al business redditizio dei rapimenti, le bande armate hanno conosciuto uno sviluppo senza precedenti. Secondo la Commissione nazionale per il disarmo, lo smantellamento e la reintegrazione (Cnddr), ci sono più di 76 bande attive nel paese e si contano più di 500 mila armi illegali in circolazione.
In questo scenario, sono sempre più numerosi i giovani che vanno a ingrossare le fila della criminalità armata. Giovani che arrivano alla violenza organizzata, avendo trascorso la loro vita per strada, senza lavoro, senza istruzione e senza obiettivi, in un paese che non si preoccupa del loro futuro.
Si tratta per lo più di ragazzi vulnerabili, provenienti da famiglie poverissime, che non possono garantire loro mezzi minimi di sostentamento, nemmeno un pasto regolare al giorno. Minori che si ritrovano per strada ogni giorno a chercher la vie, cercando il modo di sopravvivere con piccoli espedienti. Spesso abbandonati, esposti e affamati, trovano nelle gang il tessuto familiare e protettivo di cui sono stati privati. 
«Questi giovani così vulnerabili vedono nei capibanda modelli da seguire – racconta Corsario Rodney, insegnante di capoeira, nato e cresciuto a Bel-Air, uno dei quartieri più violenti della capitale, che con i ragazzi di strada di Port-au-Prince lavora da anni –. La banda diventa una famiglia, l’unica spesso, che assicura sopravvivenza, fornendo cibo, letto e vestiti puliti. E soprattutto, mettendo nelle loro mani un’arma, assicura una sorta di onnipotenza». Al comando di capi senza scrupoli, con un’arma in mano, le prospettive cambiano: da vittime, i ragazzi diventano carnefici, e le loro menti fragili e incapaci di discernere il bene dal male possono essere facilmente manipolate da chi millanta promesse di una vita grandiosa e senza limiti. Niente più miseria, niente più fame. A patto di stare alle regole del clan criminale.
Il sistema educativo del paese, assai carente, di certo non aiuta. Chi vive in periferia e nelle baraccopoli e ha la fortuna di iniziare la scuola, spesso non ha i mezzi per terminare nemmeno il livello primario. Ad Haiti, del resto, il 90% del sistema educativo è privatizzato, e per le famiglie più povere rimane un servizio di lusso di cui si può fare a meno, dal momento che la priorità è sfamare i propri componenti.
 
Figli “zombificati”
La mancanza di educazione, di lavoro, di valori e di obiettivi indebolisce la capacità cognitiva dei giovani, rendendo le loro menti fragili e facilmente controllabili. I giovani sono manipolati mentalmente dalle gang, che praticano un vero e proprio lavaggio del cervello sui loro nuovi aderenti. «Anche a me era successo, mi avevano convinto che quello che stavo facendo non era male – testimonia Rodney –. Io ero giovane e immaturo, non avevo educazione. Tanti giovani sono forti nel corpo, ma deboli nelle menti. Noi con la capoeira (arte marziale di origine brasiliana, ndr) lavoriamo sulla parte educativa e pedagogica, non solo sull’aspetto fisico. Organizziamo attività nei quartieri più difficili per attirare i giovani di strada, quando vedono di cosa si tratta sovente si appassionano. Lavoriamo anche con le famiglie per il reinserimento dei ragazzi, ma è lì che troviamo lo scoglio più grande».
Spesso le famiglie di origine hanno paura di quello che i ragazzi sono diventati. E a volte bisogna fare i conti anche con la superstizione: secondo molte famiglie i loro figli sono stati “zombificati” dalle sorcieres (sacerdoti che secondo la credenza vudù praticano la “zombificazione” per scopi criminali) e quindi privati della loro identità.
 
La speranza in piazza
Il problema è che le gang non costituiscono più una costellazione di aggressive, ma tutto sommato disarticolate formazioni. Si stanno invece organizzando in una rete sempre più interconnessa, che si dirama a macchia d’olio, controllando zone sempre più vaste della capitale, e operando secondo una gerarchia, dentro la quale ogni gruppo e ogni individuo hanno un proprio ruolo.
Dato questo potere sempre più esteso, una volta che i giovani vengono reclutati, è possibile uscirne vivi? «È difficile ma non impossibile: l’unico modo è entrare in un programma educativo o di lavoro», spiega padre Joseph Roliné, salesiano, responsabile del centro di accoglienza “Lakay Lakou”, nel cuore di Martissant, il quartiere più caldo della capitale, in quanto a presenza di bande armate.
Garantire un accompagnamento psicologico e pedagogico ai ragazzi, lungo il percorso di reinserimento nella società, è fondamentale per ridurre il tasso di recidiva. Il centro “Lakay” accoglie ogni anno decine di giovani, faticosamente riscattati dalla strada e dalla potestà dei capibanda, i quali per lo più accettano di lasciar andare i ragazzi, una volta che questi vengono inseriti dentro un programma di recupero. Da anni il centro “Lakay” lavora soprattutto sull’inserimento nel mondo del lavoro, offrendo percorsi di formazione professionale.
La mancanza di opportunità, di educazione, di prospettive lavorative indebolisce la percezione che i giovani hanno di se stessi e del proprio contesto: si sentono limitati, senza speranza, bighellonano per le strade lasciando passare il tempo, senza chiedersi cosa ne sarà del futuro. «È necessario che imparino a lavorare sui propri limiti e a darsi valore, e di conseguenza a dare valore agli altri, e a rispettarli. Solo così nelle zone più disagiate potremo generare un cambiamento sociale», continua Rodney. Al quale fa eco padre Roliné, secondo il quale il governo deve investire su programmi che garantiscano l’accesso all’educazione primaria, facilitare l’accesso a scuole di formazione professionale e creare opportunità lavorative.
Ad Haiti, insomma, i giovani sono vittime non solo delle gang, ma anzitutto di un sistema che non garantisce opportunità e vie d’uscita. La strada per la malavita, per molti, è un percorso forzato. La speranza nasce dal fatto che diversi soggetti, individui e realtà collettive, chiedono giustizia, ma non restano a guardare. Lo dimostra il lavoro educativo e rieducativo di tanti operatori sociali, volontari, cooperanti, religiosi. E lo dimostrano le migliaia di persone, soprattutto giovani, che prendono parte alle numerose manifestazioni di piazza per chiedere cambiamento, anche a livello politico. Una risorsa che autorizza a immaginare che, per Haiti, la violenza di strada non sia un destino inappellabile.
 
Clara Zampaglione