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La democrazia verrà, anche per Zaw   versione testuale
9 aprile 2021

Zaw aspetta che si faccia chiaro il cielo con le luci dell’alba. La notte si trascorre mezzi svegli, vestiti e pronti a scappare, ma con la lampada spenta per evitare di essere individuati dalle ronde silenziose che sorvegliano il quartiere. Anche la luce dello schermo del cellulare, unico contatto saltuario con i fratelli a Mandalay, puó essere l’esca giusta per essere catturati. Con la luce arrivano i suoni delle prime esplosioni del giorno. Anche oggi sarà guerra, in strada.
Guerra. Per la libertà. La guerra di una generazione, quella di Zaw, giovane, cresciuta a riso e sogni di democrazia, svezzata con banane dolci mature e progetti di sviluppo nel mondo.
Zaw, insieme a un gruppo di compagni e fratelli nella lotta, si occupa della logistica per i manifestanti nelle vie di Yangon: prepara pacchetti di cibo da passare di mano in mano fino alle prime linee della manifestazione, rifornisce i compagni di acqua, ma anche di batterie cariche per i cellulari, arma potentissima in tempi di resistenza.
Mentre giovani e meno giovani, ragazzi e ragazze, sfilano per le strade, gruppi di donne costruiscono barriere di pietre, assi di legno, vasi di plastica, mobili o taniche di plastica per bloccare l’avanzata dei “grigio-verdi”, dei “cani” dell’esercito. Quasi ogni strada è cosi virtualmente isolata, per impedire l’ingresso dei mezzi militari, ma anche l’infiltrarsi di “spie” provenienti da fuori e pronte, mercenari senza scrupoli, a fare soffiate sull’organizzazione del Movimento.
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Dai primi di febbraio, all’indomani del golpe che, quasi a sorpresa, ha riportato l’ex Birmania indietro di dieci anni, la popolazione si è spontaneamente organizzata in un Movimento di disobbedienza civile (Cdm), che resiste con coraggio alle azioni dei militari.
L’esercito, infatti, ha dichiarato lo stato di emergenza, assumendo su di sé, de facto, tutti i poteri conquistati con certosina fatica in anni di democrazia, non sempre piena e ugualmente goduta, ma pur sempre in crescita.
Aleggiava nell’aria dalle elezioni di novembre 2020, il malcontento dei militari, causato dalla vittoria schiacciante del Partito Democratico e della sua leader storica, Aung San Suu Kyi. Un tentativo di revisione e riconteggio dei voti, negato dalla Commissione elettorale, ha aperto la strada, nello scorso novembre, all’azione autoritaria e liberticida dell’esercito.
Sin dalle “prime elezioni democratiche dopo 25 anni”, nel 2015, la democrazia ha dovuto fare i conti con un’ancora influente e ingombrante presenza dei militari, e spesso le decisioni del paese sono state influenzate e modificate da questa presenza. Lo strapotere dei militari, d’altronde, non è affare solo interno: la posizione strategica del paese, infatti, da decenni ha attirato le attenzioni politiche e l’appoggio economico-strategico di superpotenze quali Cina e Russia, che alternano il rispettivo supporto ai golpisti, in un risiko che poco considera le persone, le violazioni dei diritti umani, la libertà, o anche solo l’umanità di un popolo che soffre.
 
Il desiderio di sognare
Il fratello di Zaw vive a Mandalay e anch’egli fa parte del Cdm. Ogni mattina esce per le strade con la grande folla di ragazzi e ragazze, uniti per un unico ideale: il desiderio di sognare.
Si scambiano costantemente video delle violenze subite, messaggi di allerta rispetto alle aree della città più pericolose, idee su come organizzare la rivolta per il giorno dopo, o tristi necrologi di chi è morto sulla strada, colpito a morte da proiettili veri, pensati e usati con il solo scopo di uccidere. 
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Il Movimento si è attivato pacificamente all’indomani del colpo di stato, e pacificamente tenta ogni giorno e ogni notte di resistere. Sono diverse le strategie attuate e sembrano voler disegnare una nuova mappa delle azioni di protesta non violenta: a volte ci sono sagome di cartone in piazza, ad occupare le strade e a simboleggiare il popolo, ma senza correre il rischio di essere uccisi. Altre volte sull’asfalto vengono appoggiati manifesti con il viso del leader dei militari: ciò crea una barriera tra i dimostranti e l’esercito, che si trova costretto o a non intervenire, o a calpestare l’effige del proprio leader nel tentativo di disperdere i manifestanti. 
Altre volte ancora la tradizione viene “usata” come arma non violenta: per alcuni giorni le strade delle città più importanti sono state tappezzate di stoffe, sottovesti e gonne appartenenti alle donne. Secondo la tradizione, questo tipo di indumento toglie il potere agli uomini che, perciò, non si avvicinano ad esse. E così, almeno per un po’, l’esercito si è fermato.
Proprio a Mandalay, inoltre, i monaci da settimane si uniscono ai manifestanti civili in una marcia pacifica quotidiana, a chiedere il ritorno della democrazia: la presenza dei religiosi rende “inattaccabile”, almeno per ora, il gruppo dei dimostranti e la crescente violenza dell’esercito si deve arrestare davanti ai simboli della fede degli stessi militari.
Ancora, in numerosi settori della pubblica amministrazione gli impiegati, a vario livello, si sono rifiutati di recarsi al lavoro o hanno deliberatamente interrotto i servizi come forma di protesta, subendo poi il licenziamento e altre conseguenti ripercussioni. Il 24 marzo scorso è stato invece attuato lo “sciopero del silenzio”: in tutto il paese la popolazione è rimasta in casa, rendendo città e villaggi luoghi spettrali, in cui per una giornata intera è regnato solo il silenzio e non ci sono state transazioni economiche di alcun tipo. Anche in questo caso, l’impatto simbolico, mediatico e di protesta dell’azione è stato molto forte e ha scardinato lo schema unico noto ai golpisti: la violenza.
Anche la rete, ormai strumento irrinunciabile al contempo di protesta e di repressione, è luogo di disobbedienza civile: i gruppi della diaspora hanno creato pagine sui social media, in cui i figli dei capi militari che studiano in prestigiosissime scuole all’estero – ovviamente! – o sono diventati imprenditori ricchi e importanti, vengono messi alla gogna e criticati per il loro stile di vita dubbio e incoerente con la realtà della maggior parte dei birmani.
Intanto il Movimento di Disobbedienza Civile ha ricevuto la candidatura al premio Nobel per la pace 2022.
 
Tempesta di colpi a mani nude
Zaw confeziona ogni notte i pacchetti di cibo, ricarica a casa propria decine e decine di batterie di cellulare, e fa da ponte, con la propria connessione internet, alle comunicazioni del Movimento. Da ieri i “grigio-verdi” pattugliano la sua zona, evidentemente qualcuno ha fatto la spia e lui sta nascosto in soggiorno e trattiene il respiro a ogni suono di passi in avvicinamento.
Hanno arrestato un uomo, due appartamenti più in là del suo, perché sospetto di essere uno dei leader del Movimento: come sotto ogni regime che si rispetti, il malcapitato è stato preso con la violenza, fatto sfilare nelle vie deserte ma sotto migliaia di occhi impauriti e nascosti e sotto una tempesta di colpi a mani nude o con i calci delle armi, poi caricato in una camionetta dove il rombo prepotente del motore lo ha portato, certamente, verso nascoste e violentissime stanze di interrogatorio.
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Mentre il paese brucia nel dolore della democrazia pugnalata e i giovani di ogni classe combattono pacificamente per un futuro di speranza, il mondo si desta mollemente da un sonno politico indotto dai giochi delle super potenze. L’Asean (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico), che potrebbe essere il soggetto più importante nel richiedere una pacificazione e un ritorno alle decisioni espresse dagli elettori, resta paralizzata dalle difficoltà politiche interne, dai veti incrociati e dalla storica incapacità di intervento.
Alcuni paesi, in altri continenti, si sono espressi molto chiaramente sin dall’inizio della crisi, soprattutto Stati Uniti d’America, Australia e Regno Unito, e hanno imposto sanzioni ai leader militari. Ma la loro influenza nel paese è davvero limitata. La Cina, invece, ha dapprima posto il veto a una risoluzione Onu contro il golpe, per poi, però, appoggiare una richiesta, sempre delle Nazioni Unite, di rilascio della leader democratica Aung San Suu Kyi.
L’Europa, dal canto suo, ha imposto sanzioni contro 11 tra i massimi esponenti del regime militare, limitando i loro movimenti e il loro accesso al denaro. Forse proprio questa potrebbe essere, se adottata su larga scala e con intento politico, la via da percorrere: gli interessi economici e finanziari dietro a questo golpe e, più in generale, a sostegno dell’esercito golpista sono solidi e noti.
Tra le nazioni confinanti l’Indonesia, da subito, ha giocato un ruolo da leader nel chiedere la cessazione delle violenze contra la popolazione e il ripristino della legalità, ed è riuscita a trainare alcuni altri paesi dell’area in timidi tentativi di risoluzioni restrittive.
 
Nuovi approcci non violenti
Zaw e i suoi, in contatto con i fratelli di lotta di tutte le città del paese, continuano a studiare modi per difendersi dagli arresti arbitrari, dai colpi di fucile e anche di artiglieria dell’esercito, dalle retate notturne, e a progettare nuovi approcci non violenti per dimostrare tutto l’orrore del futuro nero, apertosi d’improvviso nelle vite di milioni di birmani.
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Ma in un paese etnicamente e politicamente cosi complesso come il Myanmar la soluzione pacifica non può essere per tutti. Gli eserciti irregolari che difendono da decenni i territori dei diversi gruppi etnici si stanno mobilitando contro l’esercito regolare, nemico storico, e in supporto alla popolazione delle città. Ma i movimenti di questi eserciti non sono pacifici: le loro armi si riattivano, i colpi di armi leggere e pesanti tornano a risuonare puntuali in quei territori e la rabbia di sempre cresce ogni giorno di più. E non si fa attendere la reazione dei golpisti: i raid aerei hanno ricominciato a essere un’opzione percorribile e il numero delle vittime è destinato tristemente a salire.
Così come, in un momento in cui la popolazione comincia ad avere fame e l’economia è di fatto bloccata, aumentano i traffici illegali, a cominciare da quelli di armi e droga. Facile previsione, aumenterà anche il traffico di esseri umani.
 
Nonostante tutto, in strada
I compagni di Zaw continuano la staffetta di materiali e viveri per le prime linee pacifiche dei dimostranti.
Si cucina nei ristorantini chiusi, di nascosto, in tutta la città. Si preparano caschi da muratori, o da moto o da bicicletta, per proteggersi. Si bloccano le strade con barricate di oggetti quotidiani, si ritagliano sagome di cartone per la prossima manifestazione. 
Ma Zaw non c’è. Un proiettile alla testa, sparato da dietro da breve distanza, ha fermato il suo attivismo per la libertà. Per sempre.
Però il suo sogno gira per la città. Negli occhi e nelle mani di migliaia di giovanissimi, giovani e adulti che sono lì anche per lui, anche oggi, nonostante tutto, in strada.
Per costruire la pace.
 
Beppe Pedron