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Le mappe globali della violenza organizzata   versione testuale
Dalle anticipazioni della ricerca
 "Dai conflitti dimenticati alle guerre senza tempo"
promossa da Caritas Italiana in collaborazione con "Famiglia Crisitana" e "Il Regno"
 
 
Scheda
 
Le dinamiche dei conflitti armati combattuti nell'arena globale appaiono oggi molto più vicine alle percezioni dell’opinione pubblica rispetto a quanto non fossero solo pochi anni fa. Notiziari in prime time e giornali aprono sempre più spesso su vicende di guerra e crisi internazionali, e queste generano dibattito, prese di posizione e mobilitazione a diversi livelli della vita pubblica italiana. Nonostante questo, non si può parlare di piena esposizione delle dinamiche di conflitto e di fine dei conflitti dimenticati.

Molte guerre ben attive sono state definite finite in questi anni (Iraq, Cecenia, ecc.) e questo induce a chiedersi dove passi il confine tra guerra e pace oggi. Inoltre, che si vedano immagini di guerra non significa che se ne informi meglio. Permangono vistose contraddizioni e paradossi. Sulla scia dell'11 settembre 2001, durante l’ultimo triennio nel mondo si sono combattute guerre molto visibili - contro l’Afghanistan dei Talebani e ancor più contro l'Iraq di Saddam Hussein - e guerre meno visibili - ad esempio operazioni militari antiterrorismo lungo le periferie del pianeta. La risposta all’11 settembre ha sui vari conflitti implicazioni che sono complesse e a diversi livelli.

1) Si combatte una "guerra per le parole" che ha diretto impatto sulle guerre combattute: si registra la tendenza a definire terrorista ogni forma di contrapposizione/ribellione armata (ad esempio: Russia, Israele, Colombia, Indonesia, Uganda, ecc.). La prima implicazione di questo è un rafforzamento della tendenza alla militarizzazione interna del conflitto, optando per l’imposizione con la forza e senza processi di internazionalizzazione. Su scala globale, si diffonde dell'idea che esista una "creatura" organica e unitaria, chiamata "terrorismo".

2) I dati più recenti che la comunità scientifica mette a disposizione mostrano una tendenza ad un progressivo decremento del numero delle "guerre". I dati del database di Uppsala/SIPRI mostrano come nel 2003 i major armed conflicts nel mondo siano diminuiti, sia pure in misura lieve. Se si escludono i casi di violenza organizzata in cui almeno una parte non è uno Stato, o in cui una parte non sia un combattente armato (massacri, scontri fra fazioni informali), o che non abbiano causato almeno 1000 morti in uno qualsiasi degli anni di guerra, si contano, nel 2003, 19 conflitti armati di rilievo (erano 24 nel 2001). Di questi "conflitti attivi", 5 eccedono il numero di 1.000 morti in combattimento nell’anno in corso, e vengono dunque classificati come guerre a tutti gli effetti (India-Kashmir, Liberia, Nepal, Indonesia ed Iraq). Tale numero resta il più basso dalla fine della Guerra Fredda (con l’eccezione del 1997). I 19 major armed conflicts nei quali, a fronte di una storia di guerra, si registrano scontri armati secondo SIPRI sono: Algeria, Burundi, Liberia, Sudan (Darfur), Colombia, Perù, USA, India (Kashmir), India-Pakistan (territoriale), Indonesia (Aceh), Iraq, Israele-Palestina, Myanmar (Karen), Nepal, Filippine (Fronte Moro di Liberazione), Filippine (Partito Comunista delle Filippine), Sri-Lanka, Russia (Cecenia), Turchia. Rispetto al 2002 non sono più considerati major armed conflicts Angola (UNITA), Ruanda (ribelli Hutu), Somalia (SRRC), India-Assam, mentre Iraq, Liberia e Sudan (Darfur) non erano presenti l’anno precedente. Se si esce dalla stringente categoria di major armed conflict tecnicamente intesa, nel 2003 si registrano violenze su ampia scala in molti altri paesi, fra i quali: Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Nigeria, Uganda, Angola (Cabinda), Etiopia (Gambella), India (Andhra Pradesh), India (Gujarat), Pakistan, Afghanistan, Kenia. A conferma del fatto che complessivamente la violenza organizzata si estende nello spazio e si protrae nel tempo.

3) Le guerre del 2004: l’Iraq domina la scena, si stimano ormai più di 100.000 vittime causate dai combattimenti dall'inizio dell'occupazione. Avanza il processo di pace nel sud del Sudan, ma nel Darfur si parla di genocidio. Afghanistan: ampie porzioni di territorio sono controllate dalle fazioni contrarie al governo centrale; le elezioni sono state portate a termine, ma cresce l’allerta delle Nazioni Unite sulla nascita di un narco-stato. Si ri-destabilizza la situazione in Cecenia, con attacchi portati avanti anche fuori dai confini. Apprezzabili passi in avanti in Liberia, dopo le 2000 vittime nel 2003. Riesplode la violenza nella Costa d'Avorio e ad Haiti. Si acuiscono le tensioni legate alla spartizione del potere e delle ricchezze dell’estrazione petrolifera in Africa (es. delta del Niger in Nigeria, Ciad). Avanza il fronte di guerra nel Nepal. Restano critiche le situazioni negli altri focolai regionali, la Rep. Democratica del Congo in primo luogo (Kivu, Ituri e non solo), ma anche Colombia, Kashmir, Filippine, Territori Occupati/Israele, Indonesia. Anche dove la guerra ufficialmente non c'è più, continuano uccisioni con dimensioni preoccupanti (es. Algeria).

4) Si conferma il declino dei conflitti inter-statali, alla luce dei trend di lungo periodo; le guerre intra-statali (con o senza forme di intervento esterno), spesse volte a bassa/media intensità, sono la principale forma di violenza organizzata che caratterizza gli scenari globali. Dalla fine della guerra fredda a oggi solo 4 guerre hanno avuto la classica forma inter-statale (Golfo 1991, Etiopia-Eritrea, India-Pakistan e Usa/GB-Iraq).

5) Si profila uno scenario di "nuove guerre", veri e propri sistemi relativamente stabili di spoliazione di una società (signori della guerra, forze private e mercenari, milizie paramilitari, criminalità economica, traffici…) con modalità che il più delle volte non raggiungono una piena escalation di ostilità, e mantengono una delimitazione regionale. Guerre (in)finite, croniche nel tempo e diffuse nello spazio, con connessioni a sistemi economici o a interessi geo-politici internazionali (terrorismo, ecc.). Guerre "a-temporali" e "a-spaziali", cicliche ed estese.

6) Distribuzione: il 90% delle guerre continuano ad esplodere nei paesi in via di sviluppo (AKUF). Africa ed Asia restano i continenti più insanguinati. È difficile sostenere che non vi sia relazione fra conflitti armati e dinamiche di impoverimento e accresciuta vulnerabilità sociale.

7) In realtà mantenere la distinzione fra zone di pace (qui) e zone di guerra (là) è impresa ardua nel momento in cui la guerra assume forma asimmetrica, ramificandosi lungo infrastrutture tecnologiche, traffici e paradisi fiscali, e muovendo milioni di rifugiati in fuga attraverso i confini. Nel mondo oggi sono 11,9 milioni le persone tra rifugiati e richiedenti asilo. Tre milioni di loro sono cittadini palestinesi, 2,5 milioni afgani, 600.000 sudanesi, 440.000 congolesi. Seguono nella lista del triste primato cittadini di Iraq, Colombia, Eritrea, Somalia ed altri paesi asiatici e africani. Si stimano oggi intorno ai 23,6 milioni gli Internally Displaced People (IDP) ovvero i "profughi interni", gli sfollati, coloro che a causa di un conflitto interno al loro paese sono stati costretti ad abbandonare la propria casa per ragioni legate alla guerra, a situazione di precarietà diffusa o a violazioni dei diritti umani. Sono più di 1 miliardo le persone che soffrono disturbi post traumatici da stress e altre "ferite invisibili" a causa di conflitti, violenze, torture e "paci dimenticate".

8) Nel 1975, il 27% della popolazione dei paesi in via di sviluppo viveva in aree urbane, nel 2000 la proporzione era già salita al 40% e la tendenza è in piena crescita. Il 2004 è l'anno in cui la popolazione urbana su scala globale eguaglia quella rurale. Il fenomeno delle megalopoli formate da bidonvilles a perdita d'occhio ha stretto rapporto con nuove modalità di mobilitazione politica, con vere e proprie emergenze umanitarie che spesso preludono a conflitti sociali sempre più violenti.

9) Il 12 febbraio 2002 è entrato in vigore il trattato internazionale che vieta l’utilizzo dei bambini soldato: oggi sono oltre 300.000 i minori di 18 anni impiegati in conflitti in diverse aree del mondo.

10) Il tasso di incidenza dei morti civili rispetto a quelli militari continua a salire dal primo dopoguerra fino ad oggi, considerando tutte le guerre in corso. Si è passati da un rapporto di 0,8 all’attuale 9,3.