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Conclusioni di mons. Vittorio Nozza   versione testuale
Convegno "Riconciliazione e giustizia"
«Giustizia e pace si baceranno» (Sal. 85)
Roma, Caritas Italiana 25-27 novembre 2004
 
Conclusioni
Orientamenti e azioni pastorali per il futuro
mons. Vittorio Nozza – direttore Caritas Italiana
 
Premessa
Lo sguardo dei "piccoli della terra"profezia per i grandi
Vorrei tentare di portare a termine questo nostro Convegno "Riconciliazione e giustizia – giustizia e pace si baceranno" non ricapitolando tutto ma tenendo soprattutto conto del contesto temporale ed emozionale di questi ultimi momenti di Convegno:
- la fatica e la stanchezza di tutti,
- la partenza che si avvicina,
- la memoria di conoscenze e di buoni momenti di incontro e confronto vissuti,
- la ricchezza di cose ascoltate, apprezzate e condivise,
- oppure di altre che hanno fatto, fanno e continueranno a fare problema,
- comunque l’impossibilità a ripresentare la ricchezza di queste giornate in poche battute finali.

Mi piace qui ripartire dal piccolo testo biblico, dalla piccola icona tolta dal primo libro dei Re (18,41-46) che ha fatto da conclusione alla mia introduzione a questo Convegno: «In quei giorni, Elia disse ad Acab: su, mangia e bevi, perché sento un rumore di pioggia torrenziale. Acab andò a mangiare e a bere. Elia si recò alla cime del Carmelo; gettatosi a terra, pose la sua faccia tra le ginocchia. Quindi disse al suo ragazzo: vieni qui, guarda verso il mare. Quegli andò, guardò e disse: non c’è nulla! Elia disse: tornaci ancora per sette volte. La settima volta riferì: Ecco, una nuvoletta, come una mano d’uomo, sale dal mare. Elia gli disse: Va’ a dire ad Acab: attacca i cavalli al carro e scendi perché non ti sorprenda la pioggia. Subito il cielo si oscurò per le nubi e per il vento; la pioggia cadde a dirotto…».
- Il profeta sta con la sua faccia tra le ginocchia.
- Incarica un ragazzo perché scruti i possibili segni che Dio vorrà mandare.
- In modo ripetuto il ragazzo-il piccolo della terra torna a scrutare i segni dei tempi non a titolo suo ma a nome del profeta.
- Finalmente intravede un piccolo segno all’orizzonte "una nuvoletta come una mano d’uomo".
- Su questo piccolo segno il profeta costruisce le decisioni e le azioni del futuro.
Salutandoci ci auguriamo che, rientrando dentro la storia quotidiana che ci appartiene e che ci responsabilizza, anche a noi sia dato di procedere con la stessa spiritualità che questo testo della Parola di Dio ci consegna e cioè con lo "sguardo profetico dei piccoli-poveri della terra" credendo e investendo sempre più sulla responsabilità e profezia di numerosi ragazzi, adolescenti e giovani da amare, curare e accompagnare con una costante azione educativa sviluppando quella funzione pedagogica che deve caratterizzare ogni attività di Caritas a tutti i livelli.

1. La verità è la strada della riconciliazione

Abbiamo cercato, in questi giorni, di ragionare intorno al tema della riconciliazione e della giustizia. Ed è emerso, tra le pieghe dei nostri discorsi, un tema altrettanto importante: quello della verità che è il fondamento per costruire una molteplicità di percorsi di riconciliazione e di giustizia.
Un qualsiasi conflitto (che si chiami guerra civile; sistema sociale estremamente ingiusto; segregazione su base etnica, religiosa o di censo; struttura di peccato dai volti diversi; o altro …) lascia sempre dietro di sé segni concreti, ferite ancora visibili:
- sia sui corpi e sulle storie dei singoli
- sia sul corpo e sulla storia sociale, anche ad anni o decenni di distanza.

I processi di pacificazione che abbiamo visto e vediamo nel mondo – e che si strutturano attraverso l'istituzione di tribunali o il lavoro delle commissioni di "verità e riconciliazione" (come nel caso dell’ex Jugoslavia o del Ruanda) - danno visibilità e voce alle storie e memorie contese, cercando, se possibile, un’opera di ri-composizione, e talvolta offrendo - sia in forma di testimonianza che in forma già elaborata - al Paese interessato e al mondo intero i traumi che segnano la storia e che può quindi essere condivisa dalla comunità. Il rituale giuridico è uno strumento indispensabile affinché il racconto possa sedimentarsi e fornire i parametri orientativi per decifrare l'accaduto. Cerca, in un certo senso, di dare forma all'informe-mostro della guerra e raccoglie, ascolta e dunque libera anche il racconto singolo, della vittima, testimone della memoria propria e dei congiunti.

A questo riguardo potremmo immaginare i Centri di ascolto delle Caritas come una di queste Commissioni di "verità e riconciliazione", che accoglie chi – nelle nostre città e nei nostri territori – ha subito processi di ingiustizia, esclusione, marginalità e che deve essere innanzitutto accolto come persona, nonostante tutto, portatore di una dignità, seppure ripetutamente ferita. Riconciliarsi è prendere atto, innanzitutto, che un conflitto è accaduto o che sta accadendo, senza rimuoverlo e senza guardare da un’altra parte.

Nel nostro paese l’ineguaglianza è un conflitto strisciante che provoca povertà, esclusione e crea aree di degrado, in cui anche la criminalità può prosperare con maggior facilità. Il disagio sociale non è mai un alibi di fronte alla criminalità: si deve accettare che la sicurezza non si costruisce con militarizzazioni o con l’impegno volontaristico dei bravi cittadini, ma a partire da una politica che persegue coerentemente l’obiettivo di una società giusta, coesa e solidale.

Ieri abbiamo indagato queste ferite:
-le ferite diagnosticate attraverso il lavoro del Progetto Rete Nazionale, che ci danno un’immagine dei poveri che incrociano i Centri di Ascolto Caritas;
-le ferite che territori e persone, portano con sé e che rischiano di non essere diagnosticate da nessuno, curate da nessuno, di rimanere esperienza privata di singoli o piccole comunità;
-le ferite celate dietro il "muro di foglio" (cioè la mancanza di informazione – come scrisse don Milani) che non fa trapelare l’ingiustizia che uccide, ferisce, violenta dentro ai conflitti che dilaniano i paesi del sud del mondo o che, peggio, le classifica come inevitabili frutti di tribalità o di scontri di civiltà.

A partire da ciò dobbiamo:
- reimparare a essere luogo di riflessione, di sosta per chi ha bisogno, ma anche per noi stessi, per le nostre comunità a volte confuse, in cui rimettere insieme volti, fenomeni, analisi e prospettive;
- perseverare nel costruire "dati sociali", che rendano possibile il comunicare i volti e le storie da noi incontrati, per rendere visibile un conflitto non da sbandierare ideologicamente, ma da mostrare per indicare strade:di riconciliazione, di futuro giusto e diverso, di costruzione della pace.

2. Sentinelle del mattino e della notte

La verità non uccide la profezia: rimaniamo sentinelle di una speranza che in parte è già e in parte sarà. Sentinelle:
- che come il ragazzo dell’icona biblica del primo libro dei Re (18,41-46), riesce a scrutare un segno, pur flebile, ma per una condizione futura migliore;
- capaci di guardare nel buio del presente senza spaventarci;
- e capaci di domandarci - nonostante l’enorme fatica a sperare - "quanto resta della notte" (Is.21,11) e affrontando il male del mondo, l’oscurità, senza divenirne parte. In un tempo che sa guardare solo all’immediato, rivendichiamo il diritto e sentiamo la responsabilità di pensare a scenari più ampi e in cui la speranza abbia cittadinanza.

2.1. Cosa abbiamo scrutato a livello nazionale

In questi giorni, tra i tanti stimoli pervenuti dai risultati del Progetto rete - seppur provvisori e sperimentali - e dalle letture delle macroregioni del Nord, del Centro e del Sud che sono state in maniera puntuale e specifica sviluppate dai tre sociologi intervenuti, mi pare di poter segnalare anzitutto alcuni elementi critici:
- una famiglia sotto forte pressione, chiamata a carichi ulteriori che, se non è capace di dare futuro a se stessa, ai propri figli, ai propri anziani, con fatica potrà essere solidale con gli altri;
- il rischio di una società "sotto assedio", impaurita innanzitutto per la fragilità delle persone e delle famiglie, a cui si chiede sempre di più per competere e vivere e in cui si allarga la fascia della vulnerabilità;
- un tempo sociale sempre più invaso dal lavoro, sempre meno dalla socialità, dalle relazioni e dai legami: si ricercano più gli "spot" che non le analisi e i confronti;
- il rischio di due livelli sociali o dislivelli sociali: gli inclusi e gli esclusi; chi vive al centro e chi vive in periferia dell’attenzione sociale;
- ambiguità degli scambi sociali: costruiti talora più sulla necessità, sulla convenienza che non sulla reciprocità;
- un futuro di bambini e adolescenti poveri, ipotecato dall’ esclusione sociale, se non liberati da una scuola che li possa fare uscire da circuiti di disagio e povertà;
- una rinnovata "questione meridionale", che vede al centro le donne e i giovani, ma dove le questioni prima che economiche e sociali provengono dalla debolezza politica e istituzionale.

Da questa lettura e dagli elementi critici emersi – con caratteri anche più o meno sottolineati nelle macroregioni del Nord, del Centro e del Sud – nascono anche alcune proposte di lavoro:
- un’attenta, costante e riflessiva lettura del dato dei nostri incontri con i poveri come un punto di partenza importante sia sul piano pastorale che sul piano politico e sociale;
- un ripensamento del modello di Centro di Ascolto Caritas e della sua ‘missio’;
-la costruzione di un collegamento stretto tra incontri, produzione di analisi, osservazioni, risposte e la realtà dei servizi sociali sul territorio;
- l’interpretazione dei nostri servizi guardando sia alla persona che alla famiglia;
-il lavorare per l’integrazione con una particolare attenzione al mondo dell’immigrazione;
- il combattere nuove forme di esclusione sociale e di disimpegno, valorizzando le capacità delle persone (una reinterpretazione della ‘promozione umana’);
- il pensare la giustizia anche come punto di forza nella competitività sociale e non come ammortizzatore sociale.

2.2. Cosa abbiamo scrutato a livello internazionale

Anche a livello internazionale abbiamo colto alcune criticità:
- una famiglia umana in cui l’affermazione dei diritti, a partire dalla comune dignità, vede sì un loro riconoscimento sempre più ampio, nonostante le inevitabili difficoltà, sancito e regolato da carte e patti anche vincolanti, ma che si scontra anche con le distanze rispetto agli obiettivi fissati, come ad esempio gli obiettivi di sviluppo del millennio;
- il rischio di un sistema internazionale anch’esso "sotto assedio", anarchico, regolato più da rapporti di forza che dalla forza del diritto; impaurito dal terrorismo internazionale, dalle esigenze della sicurezza e dai relativi costi (economici e sociali), in cui politica reale e politica legale collidono in quanto i principi su cui si fondano entrano in crisi;
- un uso della forza sempre più frequente e frenetico, il crollo dei confini tra aree sicure e insicure, col conseguente aumento delle vittime civili (comprese quelle del terrorismo internazionale), l’estensione delle guerre nel tempo e nello spazio, e tutto il carico di fenomeni aberranti e condannabili (dai bambini soldato ai milioni di rifugiati nel mondo, dal terrorismo para-religioso allo scontro di fondamentalismi, ecc.);
- la crisi del multilateralismo e delle Istituzioni internazionali, impossibilitate a svolgere il compito per cui sono state istituite a causa di precise scelte e responsabilità, e il relativo scontro con le opinioni pubbliche europee e di una larga porzione di umanità, confermata del resto anche dal nostro sondaggio demoscopico condotto nell’ambito della ricerca sui conflitti dimenticati. Opinioni pubbliche che invece sempre più vorrebbero vedere rafforzato il ruolo delle agenzie internazionali in generale e dell’Onu in particolare.
Abbiamo anche scrutato segnali di speranza:

- dalla guerra può rinascere la pace. Quando la democrazia non viene esportata con le bombe, quando la comunità internazionale lavora il mosaico delle relazioni diplomatiche, quando la tela del dialogo si tesse, allora anche conflitti cruenti e devastanti possono cessare. Non devono però essere "paci dimenticate", abbandonate a se stesse, ma sono processi di riconciliazione, cioè di verità, giustizia, libertà e carità che vanno accompagnati con cura e responsabilità. E’ il caso ad esempio della Sierra Leone, piombata all’ultimo posto nella classifica dello sviluppo umano a causa di una guerra intestina ed estremamente letale, ma che ora può ripartire se davvero, per dirla con Paolo VI, saranno coniugate insieme pace e sviluppo;
-  il sondaggio citato ci ha fatto scorgere altre note positive: l’opinione pubblica italiana è più informata sulle cause e le radici dei conflitti del mondo; dice no alla guerra che considera come un elemento evitabile, superabile col progredire dell’umanità; non riconosce "guerre giuste" e chiede più prevenzione nonviolenta delle situazioni di conflitto;
- infine, emerge un forte apprezzamento dell’azione del nostro Pontefice, che è veramente costruttore di ponti e voce che si leva contro le ingiustizie e le guerre. E con lui, vogliamo sottolineare anche l’apprezzamento dell’opinione pubblica italiana per l’azione delle Chiese locali che denunciano iniquità e soprusi e costruiscono processi di riconciliazione anche con l’umile e modesto contributo di alcuni nostri operatori che accompagnano percorsi di pace in angoli di mondo remoti e difficili dove coesistono identità culturali, religiose ed etniche complesse (basti pensare all’Afghanistan, all’Algeria, ai Grandi laghi e a tutti i Balcani).

3. Riconciliazione: nel riconoscimento dei diritti

Pur comprendendo lo scarto tra diritti enunciati e loro applicazione, tuttavia dobbiamo sempre di più tutelare diritti essenziali e fondamentali, riaprendo un confronto sui loro significati. Dobbiamo ricominciare a parlare di:
- diritto alla vita, al cibo, all’acqua, per sradicare lo scandalo della fame e della miseria;
- diritto alla scuola, per impedire meccanismi di esclusione o trappole della povertà;
- diritto alla casa, perché vi siano politiche pubbliche che rappresentino una possibilità per chi non ha reddito;
- diritto all’ascolto, per chi non è tutelato da meccanismi di protezione sociale;
- diritto ad un reddito compatibile ai livelli di spesa necessari per vivere dignitosamente;
- diritto alla partecipazione, per chi a causa della sua condizione socio-educativa, per i meccanismi di flessibilità del lavoro, rischia di essere condannato a stare fuori;
- diritto al lavoro, non solo come diritto per ogni persona, ma anche come dovere istituzionale, nel tentativo di non creare meccanismi di esclusione dal mercato del lavoro o di continua precarietà;
 - diritto all’assistenza, riconosciuto a partire da alcuni livelli essenziali di assistenza definiti a livello nazionale e correlati alla vita e alla situazione di ogni regione;
- senza trascurare il diritto alla salute, alla parità fra uomini e donne, e la sostenibilità ambientale dei nostri modelli di sviluppo.

4. Riconciliazione: operando per la giustizia

Per questo, vogliamo:
- Lanciare una Campagna nazionale giustizia sociale "Tra noi diritti negati" (a livello nazionale) – già prevista nella programmazione 2004-5 di Caritas Italiana, abbozzata ma non ancora definita (cfr. allegato 1) – Attualmente è in fase di studio e verrà portata nei luoghi della condivisione e della decisione di Caritas Italiana, in particolare nella Presidenza e nel Consiglio Nazionale.
- Consolidare l’impegno a riguardo della Campagna internazionale sugli obiettivi di sviluppo del Millennio "Obiettivo 2015: dimezzare la povertà nel mondo" (a livello internazionale). Questa campagna va conosciuta e sostenuta, in quanto già in atto (cfr. allegato 2).

Tutto questo non esaurisce l’impegno di Caritas Italiana, delle Delegazioni regionali Caritas e delle Caritas diocesane. Resta l’impegno a svolgere un’azione di accoglienza consapevole, di miglioramento dell’azione nel Progetto Rete dando al più presto sbocchi operativi e di riflessione a questo lavoro sul piano nazionale e locale.