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Il nuovo che viene dalle donne   versione testuale
26 gennaio 2020

L’anno da dimenticare, il 2020. Quello della pandemia, della crisi sanitaria, della crisi economica e di quella sociale. Ma anche, nel male e nel bene, l’anno in cui le questioni di genere sono uscite dagli studi degli addetti ai lavori per diventare denuncia, protesta, proposta e organizzazione. Anche nel nostro paese.
Dall’Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile – obiettivo 5 – all’impegno strategico per la parità di genere assunto dalla Commissione europea, fino all’attenzione reale e costruttiva dell’opinione pubblica, il viaggio verso un’effettiva parità di genere si preannuncia ancora piuttosto lungo. Tuttavia, negli ultimi 12 mesi, il barometro social ha registrato spesso aumenti di pressione. Da un lato è insorto, quando la stampa ha chiamato solo per nome le due scienziate che allo Spallanzani hanno isolato per prime il Coronavirus; poi per l’infelice sketch su come una donna dovrebbe fare la spesa, all’interno di un programma Rai; ancora, per la grafica di Immuni, che ritraeva la donna in casa con un bambino tra le braccia e l’uomo al lavoro su un portatile. D’altro canto, ha salutato esultante la prima sottosegretario di stato Vaticano, la prima rettrice dell’Università La Sapienza, la prima vicepresidente degli Stati Uniti d’America, la prima palombara della Marina militare italiana.
Il trend delle “prime”, già avviato nel 2019 con la prima donna presidente della Commissione Europea, prosegue nel 2021 con la prima donna alla guida di un a grande banca di Wall Street, la prima donna pilota della Ferrari, e non solo. Quello che molti, nel mondo della comunicazione, della politica, dell’economia, hanno immaginato come l’anno femminile per eccellenza, si è aperto anche sul fronte ecclesiale con il Motu Proprio con il quale papa Francesco stabilisce che i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato siano aperti alle donne.
 
Violenza, occupazione, educazione
Il fatto che i successi delle donne in diversi campi siano considerati eccezionali dimostra come e quanto il femminile si trovi ancora ai margini dell’ordinario delle relazioni sociali, delle organizzazioni economiche e politiche, dei sistemi della convivenza umana prevalentemente immaginati e disegnati da soli uomini. In questa marginalità risiedono, in buona sostanza, le cause del prezzo alto che le donne – insieme ai giovani – hanno pagato e pagheranno per la crisi anche in Italia, soprattutto in termini di violenza, occupazione ed educazione.
Secondo l’Istat, durante il lockdown le violenze domestiche sono notevolmente aumentate. Tra marzo e ottobre 2020 le telefonate al 1522 e le richieste di aiuto via chat sono passate da 13.424 a 23.071 rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente: un aumento del 71,7%.
Nel secondo trimestre del 2020, è sempre l’Istat a rilevarlo, le donne occupate sono calate di 470 mila unità (a fronte dei 371 mila uomini). Per la Svimez, l’emergenza sanitaria ha cancellato quasi l'80% dell'occupazione femminile creata tra il 2008 e il 2019.
Sul fronte scuola le cose non vanno meglio. Diverse indagini hanno evidenziato come la didattica a distanza abbia prodotto e fatto emergere diseguaglianze tra gli studenti e tre le famiglie, ma sono state ancora le donne le più penalizzate dalle difficoltà di conciliare i tempi di vita e lavoro. Costrette – contestualmente – ad assistere i figli nello studio, a lavorare da casa e a rinunciare al supporto di nonni e babysitter. Il 38,3% delle madri occupate ha modificato l’orario di lavoro per adattarlo agli equilibri familiari. Lo ha fatto solo l’11,9% dei padri.
Anche Caritas Italiana, con la pubblicazione del Rapporto su povertà ed esclusione sociale dello scorso ottobre, ha evidenziato la fatica crescente delle donne: gli accessi femminili nei centri di ascolto diffusi in tutto il paese sono passati dal 50,5% del 2019 al 54,4% del totale delle persone aiutate nel 2020. Un dato che, letto insieme all’aumento dei primi accessi (+45% di persone che non si erano mai rivolte prima alla Caritas), non può lasciare indifferenti. 
 
Esigenza di aggiornamento
Ma se i numeri sono indispensabili per cogliere la misura dei fenomeni, sono i volti a restituirne le complessità. L’impossibilità, nell’immediato, di incrociare direttamente tali volti è una grave mancanza per il discernimento della Caritas e della Chiesa in questo tempo, ma rappresenta anche una straordinaria opportunità per accogliere «la giusta esigenza di aggiornamento» che si trova in ogni crisi, come papa Francesco ha evidenziato in occasione degli auguri natalizi al collegio cardinalizio e alla curia romana.
Per Caritas, coraggio e aggiornamento sono elementi preziosi. E oggi non possono prescindere dalla conoscenza dei volti delle donne e dalla prossimità con le loro storie. Da novembre, con cadenza settimanale, un gruppo di operatrici di Caritas diocesane ha avviato una paziente cucitura di testimonianze e riflessioni sulle fatiche di questi mesi. Fatiche comuni di donne, colleghe, accolte, volontarie, amiche, conoscenti… tutte sorprendentemente accomunate da percorsi accidentati, tutte improvvisamente consapevoli di essere “sulla stessa barca”. E forse per questo più libere di leggere situazioni, formulare ipotesi, immaginare cambiamenti.
Tra i tanti volti inediti, quali sono i lineamenti delle donne che arrivano alle Caritas? Tra i servizi esistenti, quali rispondono meglio alle loro attese? Tra le azioni di presa in carico, di cura, orientamento, quali costruiscono futuro?
«Le donne arrivano quando è già troppo tardi». Lo raccontano, spesso, gli operatori impegnati nei servizi di accoglienza notturna. I dormitori femminili sono gli ultimi a riempirsi, anche nei periodi più freddi dell’anno. Le donne arrivano dopo aver resistito, tentato, spesso lottato fino all’ultimo per non chiedere aiuto. E succede anche nelle famiglie che prima di oggi non avevano avuto bisogno di aiuto. Del lavoro emotivo delle donne, l’opinione pubblica sa ancora troppo poco, a parte la predisposizione ad assumerselo. L’impatto positivo sul benessere familiare e sociale, che può derivare dal riconoscere, sostenere e rafforzare le competenze in questo ambito, è gravemente sottovalutato.
Di sostenere il benessere emotivo e psicologico, nel pieno della mareggiata pandemica, c’è acuto bisogno, In un recente appello al governo e al parlamento, il Consiglio dell’ordine degli psicologi e 19 società scientifiche di area hanno evidenziato come, in nove mesi di pandemia, le risorse pubbliche per la salute psicologica siano rimase invariate rispetto al periodo precedente. Un’indagine del 2019 rilevava che già allora solo un cittadino su dieci con problemi di salute mentale accedeva ai servizi pubblici, anche a causa delle liste di attesa proibitive. Mentre tra maggio e giugno il numero verde di supporto psicologico istituito da ministero della Salute e Protezione civile ha ricevuto circa 60mila contatti. Abbastanza da motivare la richiesta, già presentata a giugno dal Cnop, di immediata attivazione di “voucher psicologici”.
Ma la questione non è soltanto di natura sanitaria. Tra i nodi che ostacolano la promozione del benessere psicologico c’è la scarsità di canali, anche non formali, alternativi a quelli deputati all’emergenza, capaci di intercettare, accompagnare e contenere le fatiche di tanti. Una sollecitazione importante, per la Caritas in Italia, che ha individuato nell’ascolto il fondamento del proprio metodo pastorale.
 
Il diritto alla competenza
Le donne che arrivano oggi a un centro di ascolto sono in effetti stanche, spesso sfinite. Vivono disorientamento, senso di inadeguatezza e vergogna. Perché se è vero che lo statuto della Caritas impegna alla prevalente funzione pedagogica e alla promozione umana, l’opinione comune percepisce e dice altro. Lo fa, ad esempio, con le parole di uno dei 5 mila giovani volontari intervenuti nella fase acuta dell’emergenza: «Prima di oggi, pensavo che la Caritas fosse il posto dove si arriva subito prima di morire…». O con la voce di una mamma, a cui le insegnanti hanno suggerito di contattare il gruppo delle colleghe volontarie Caritas per un aiuto nei compiti del figlio maggiore: «Perché mi mandano alla Caritas? Non sono in quelle condizioni!».
Il tempo in cui la metà delle persone accolte non era mai stata incontrata prima dalla Caritas, è forse quello propizio per domandarsi cosa possa vivere una persona, e una donna nel caso specifico, quando arriva alla porta della Caritas. Una professionista che ha perso il lavoro e si è trovata nelle condizioni di chiedere aiuto per la spesa della famiglia, ha confidato che «la cosa peggiore è non poter dire che possono tenersi la pasta: a me manca il parrucchiere, ma non è questione di prima necessità».
Il tema è quello mai sufficientemente esplorato della adeguatezza dei servizi, o meglio dei luoghi, dei tempi e dei modi capaci di dire prossimità, non ultima spiaggia. Quanto, oltre a risolvere in via temporanea una situazione di deprivazione, l’aiuto materiale lascia traccia, e che tipo di traccia, nell’animo di chi si trova a richiederlo? Quanto, anche la scelta delle parole – bisognosi, beni di prima necessità, aiuto agli indigenti… – riconosce il diritto di tutti di stare bene, di sentirsi bene, e non rende invece concreto il rischio di fissare lo sguardo su una condizione, quella del bisogno, che mina l’autostima ed erode le energie?
Le difficoltà economiche e la mancanza di opportunità negano ogni giorno a troppe persone, donne soprattutto – e minori in drammatica prospettiva – il diritto, anzi l’esigenza profondamente umana, di riconoscersi competenti, capaci di reagire, di andare avanti, di migliorarsi. Diversi operatori di centro di ascolto osservano che le donne presentano soprattutto bisogni di altri membri della famiglia (il 46% dei beneficiari dei Cda è coniugato e oltre il 75% ha figli). Sembrano confermarlo alcuni dei Rapporti diocesani, evidenziando come siano soprattutto le donne a chiedere cibo, sussidi economici o scolastici, mentre tra gli uomini prevalgono le richieste di lavoro. Certamente la questione merita approfondimento, ma non stupisce più di tanto in un paese che vive da sempre una grave situazione di squilibrio di genere. Per ogni donna che arriva a ruoli di potere – inteso come possibilità, più che esercizio di forza – si contano ancora migliaia di donne poco visibili, che pure avrebbero il diritto di coltivare aspirazioni, e sviluppare competenze, pur non potendo vantare talenti straordinari, o forse semplicemente non avendo avuto l’opportunità di scoprirli.
 
Il desiderio di condividere
La scarsità di asili nido e servizi di cura della prima infanzia e la disparità di retribuzione tra donne e uomini impediscono il rilancio della occupazione femminile. Eppure, alcuni studi dimostrano che per ogni donna che inizia a lavorare ed esce di casa, si creano tre posti di lavoro: il suo, e quelli di altre due persone, che vengono retribuite per svolgere i lavori di cura per cui lei non era retribuita (e qui, come più volte evidenziato dall’economista Luigino Bruni, si dovrebbe intervenire sulla distorsione che ha investito i concetti di cura-amore-gratuità-gratis). Non è una questione di beneficienza, dunque, ma di economia, promozione, sviluppo. Soprattutto, non è solo una questione che riguarda le fuoriclasse, ma tutte le donne. E in genere la collettività, considerato che secondo la Banca d’Italia, se tutte le donne attualmente disoccupate in Italia lavorassero, il Pil nazionale crescerebbe del 7%.
C’è un altro tratto caratteristico che gli operatori delle Caritas diocesane riconoscono spesso alle donne che incontrano nei diversi servizi: messe nelle condizioni di mantenere e ravvivare un minimo di energia emotiva, manifestano il desiderio di condividere. Cercano di uscire dall’isolamento, accolgono inviti, chiedono di dare una mano, si propongono, conoscono situazioni, fanno passare parola. Le donne si mettono in cerchio. In qualche modo cercano di realizzare un diritto fondamentale: quello di partecipare.
Diverse Caritas così hanno scelto di rendere disponibili spazi, all’interno dei propri progetti più recenti, che le donne hanno imparato ad abitare insieme: destinatarie di interventi di supporto, operatrici, volontarie e simpatizzanti ne hanno fatto luoghi di dialogo, conoscenza e confronto. Hanno scoperto competenze preziose anche in ordine alla possibile riorganizzazione dei servizi, privati e pubblici, nel territorio. Non si tratta della semplice denuncia di carenze strutturali, ma di un’operazione creativa, di “immaginazione”, che da un lato riconosce la competenza esperienziale e dall’altro costruisce la fiducia necessaria a prendere parola in mezzo ad altri, consentendo a donne già in carico ai servizi caritativi di affiancare donne disorientate.
Per molto tempo, anche nell’ambito dei servizi Caritas, è stato considerato innovativo offrire alle persone aiutate la possibilità di restituire, attraverso il volontariato, almeno parte di quanto ricevuto. Ma il diritto di partecipare è qualcosa di più. Si restituisce un debito; un dono, invece, può essere solo accolto e contraccambiato, spesso arricchito dall’assunzione di una nuova responsabilità.
 
C’è bisogno di loro
Agire, anche nel micro, per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze (Agenda 2030 dell’Onu per lo sviluppo sostenibile - Obiettivo 5), è improrogabile. Allestire le condizioni per permettere alle persone di prendere parte, offrire pensiero e azione, contribuire al bene proprio e di altri, è tra i più potenti strumenti di inclusione.
Sono illuminanti, in proposito, le dichiarazioni di Riccarda Zezza, fondatrice e Ceo di Lifeed (l’impresa che ha inventato la piattaforma digitale che trasforma gli eventi della vita, maternità anzitutto, in formazione in competenze soft): «Se continuiamo a dire che le donne hanno bisogno di essere aiutate le disabilitiamo. Le donne devono sapere che c’è bisogno di loro nel mondo».
 
Monica Tola