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Paese al collasso, speranza riposta nei giovani   versione testuale
1 febbraio 2020

Da ormai quasi sei mesi Charbel Mahafuz non torna a casa, nel piccolo villaggio di Koura, nel nord del Libano. Non è emigrato, come accade ormai a moltissimi giovani libanesi come lui. Non si è arruolato nell’esercito, per avere cibo, vestiti e alloggio garantiti. Non ha nemmeno raggiunto la capitale in cerca di uno straccio di occupazione, spesso in nero, che gli permetta di sopravvivere. Charbel da quasi sei mesi è a Beirut, ma per aiutare migliaia di famiglie a resistere a una crisi economica gravissima, e agli effetti della pandemia e dell’esplosione devastante che, nella scorsa estate, ha causato 300 mila sfollati.
Proprio da quella sera, quel maledetto 4 agosto, Charbel è dunque a Beirut come volontario Caritas: 16 ore al giorno, insieme a tanti giovani come lui, prima a soccorrere i feriti in strada, poi a sgombrare le macerie, a raccogliere e distribuire pasti caldi e generi di prima necessità, senza sosta. Anche durante il periodo di Natale? «Soprattutto durante il periodo di Natale», risponde Charbel con un sorriso stanco. Nemmeno il Covid li ferma. Loro continuano, anche se il Libano è di nuovo in lockdown, molto più di duro di quanto sia in Italia: tutte le attività e i servizi sono chiusi al pubblico. Non solo ristoranti, bar, palestre, centri commerciali, ma anche i supermercati e i negozi di generi alimentari, che sono autorizzati solo a fare consegne a domicilio.
Eppure le strade, nelle principali città, quando scende la sera, si riempiono di persone. A Beirut, a Tripoli, a Sidone, ma anche nei centri minori, scendono in strada donne, bambini, uomini, ma soprattutto tanti giovani. E sono arrabbiati. Nonostante il Covid stia colpendo in modo gravissimo, con quasi 1.200 morti nell’ultimo mese (molti di più che dall’inizio della pandemia), tanti sono tornati a manifestare in strada, perché ormai disperati. Protestano ancora, da più un anno in modo praticamente ininterrotto, e con rabbia sempre maggiore verso una classe politica e dirigente che da decenni si spartisce ricchezza e potere. «La situazione è sempre più tesa – conferma padre Michel Abboud, direttore di Caritas Libano –. I segnali sono veramente preoccupanti. Non escludo che la violenza possa esplodere in forme sempre più gravi, anche organizzate, come fu durante la guerra civile negli anni Settanta e Ottanta».
 
Morire di fame, prospettiva reale
Si rischia il Covid a scendere in strada. Si rischia anche di rimanere feriti negli scontri con la polizia, o a causa del lancio di pietre e di molotov. Ma si rischia di morire di fame se si rimane in casa ad aspettare che la classe politica si accordi per spartirsi ciò che rimane della “Svizzera del Medio Oriente”.
Purtroppo, il morire di fame sta diventando una prospettiva reale per buona parte della popolazione, a causa della crisi economica aggravata dalla pandemia. Secondo le stime delle Nazioni Unite (Escwa), a settembre 2020 più della metà della popolazione (il 55%) viveva sotto la soglia di povertà, e un quarto della popolazione presentava una povertà grave: un dato raddoppiato rispetto al 2019, e nell’ultimo trimestre dell’anno, a causa della pandemia e delle conseguenze dell’esplosione al porto di Beirut, molto probabilmente i dati saranno ulteriormente peggiorati.
Le stime ufficiali prevedono un crollo del prodotto interno lordo del 19% a fine dicembre 2020. Da molti osservatori la situazione viene definita ormai prossima al collasso, sia per i dati economici relativi alla finanza, un tempo fiore all’occhiello di quella che appunto era chiamata la Svizzera del Medio Oriente, sia dal punto di vista dell’economia reale, in un paese che da anni ormai non produce praticamente più nulla e che importa tutti i beni necessari dall’estero. Nelle farmacie mancano da mesi prodotti essenziali, così come nei negozi e nei supermercati, perché la crisi valutaria del Libano e le restrizioni imposte per contrastarla rendono praticamente impossibile per gli importatori comprare prodotti all’estero e pagarli in dollari, mentre ormai la lira libanese non vale quasi più nulla, essendo in caduta libera da un anno. Anche se il cambio ufficiale è fermo a 1.500 lire per un dollaro, nella realtà per avere un dollaro servono ormai 9.500 lire libanesi. L’inflazione ha raggiunto dunque il 112% su base annua; il prezzo dei generi alimentari, in particolare, è aumentato del 367% rispetto allo scorso anno, mentre mobili e attrezzature per la casa sono saliti del 664% e l’abbigliamento del 413%. 

Il colpo di grazia del 4 agosto
L’esplosione devastante al porto di Beirut dello scorso agosto ha dato il colpo di grazia al paese. Circa 10 miliardi di dollari di danni materiali; distrutti circa 15 mila tonnellate di grano, scorte alimentari e altri beni; oltre 50 mila abitazioni private danneggiate, insieme a 120 scuole, 3 ospedali e decine di migliaia di attività commerciali. Tra crisi economica, pandemia ed esplosione, la disoccupazione è ormai una piaga che affligge un terzo della forza lavoro e quasi la metà dei giovani del paese.
Ma ciò che più preoccupa è la situazione politica. Da quasi sei mesi ormai il Libano si trova senza un governo, e i principali partiti politici non trovano un accordo per sbloccare questa situazione. Il tempo sta per finire, la pazienza della popolazione si va esaurendo. «Il popolo non perdonerà, la storia non dimenticherà»: è la frase che da qualche giorno risuona sui media e nelle strade del Libano. Un ultimatum lanciato in modo unitario dai rappresentati delle maggiori comunità cristiane e mussulmane, per questo ancora più forte. «In un momento in cui il Libano sembra precipitare verso il collasso – si legge nell’appello riportato dall’agenzia Fides –, partiti politici e gruppi di potere, indicati come i principali responsabili del disastro, sono chiamati a mettere da parte settarismi e ricatti se vogliono risparmiare ulteriori sofferenze alla popolazione e impedire il dissolversi del paese dei Cedri».
L’appello è stato sottoscritto, tra gli altri, dal patriarca maronita Bechara Boutros Rai, dal mufti della repubblica libanese Abd al-Latif Derian, dallo sheikh Abd al-Amir Qabalan, capo del Consiglio supremo sciita, dallo sheikh druso Akl Naim Hassan e dal metropolita greco-ortodosso di Beirut, l’arcivescovo Elias Audi. Le più alte rappresentanze religiose, così come il popolo, chiedono dunque un balzo in avanti alla classe politica: chiedono con forza la nascita di un governo di unità nazionale, che sia in grado di mettere da parte le divisioni ideologiche e gli interessi personali, per portare il paese fuori dalla sua più grave crisi degli ultimi 30 anni.
 
Religione strumentalizzata
Ma l’appello risuona ancora più grave di quanto dimostrino i suoi contenuti, proprio perché si leva dai leader delle comunità religiose. Troppe volte, in modo semplicistico, le differenti religioni sono state additate come responsabili del fallimento del Libano, come motivo di divisione e scontro. Questo appello dimostra invece come non sia la religione, qualunque essa sia, la responsabile unica del fallimento del paese, seppur costruito su un modello istituzionale settario.
L’appello, soprattutto se rimarrà inascoltato, racconta il fallimento di un paese il cui sistema istituzionale è stato basato sulla spartizione del potere e del denaro tra gruppi precostituiti, che si autoalimentano e si proteggono a vicenda; un contesto, in definitiva, in cui il criterio religioso è stato strumentalizzato, così come in molte altre realtà, per giustificare la spartizione di potere e ricchezze di fronte al popolo. Un popolo che per fortuna, però, non è più quello degli anni Settanta, quando scoppiò la guerra civile per gli scontri tra cristiani e musulmani.
I giovani libanesi di oggi sono infatti persone colte, che hanno viaggiato e che sono superconnesse con i loro coetanei in tutto il mondo, che padroneggiano le tecnologie e i mezzi di comunicazione. Sono giovani che scendono in piazza non perché fomentati dal leader della loro comunità, ma perché hanno a cuore il loro futuro e quello del Libano, unica vera comunità a cui si sentono di appartenere. Come cittadini prima che come cristiani, musulmani o drusi. Sono loro, forse, l’unica via di uscita da questo disastro, se riusciranno a far sentire la loro voce. E se qualcuno deciderà di ascoltarla.

Danilo Feliciangeli