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Lunedì 13 Luglio 2020
Giovani senza conquiste. Ma in cammino   versione testuale
13 luglio 2020

«L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono»: così preghiamo nel salmo 48. La prosperità negli ultimi mesi si è improvvisamente interrotta. Era già successo, l’ultima volta poco più di una decina di anni fa. Ma quella era una crisi finanziaria che aveva avuto ricadute di tipo economico e sociale. Un bel guaio, certo. Ma questa volta si tratta di qualcosa di nuovo.
Nessuno di noi ricorda una pandemia: l’ultima, la ormai famosa Spagnola, si era verificata più di cento anni fa; per saperne qualcosa bisogna sfogliare i libri di storia. Anche le guerre mondiali del Novecento sono state un bel guaio: ma i nonni che le hanno vissute sono diventati merce rara. Insomma, nell’occidente europeo, e in Italia in particolare, nessuno sa(peva) cosa fosse una crisi che minasse le certezze più solide che sostengono la vita quotidiana. Soprattutto i giovani.
La vita dei giovani oggi non è sempre semplice, soprattutto se pensiamo agli sbocchi lavorativi, alla difficoltà di fare le scelte di vita che hanno nel cuore, all’affermazione delle proprie capacità e personalità. Nello stesso tempo, però, la loro vita non è quasi mai una conquista: i giovani italiani nascono e vivono in un contesto dove non è necessaria alcuna faticosa lotta per la sopravvivenza. Il cibo sulla tavola non manca, così come i beni di prima necessità e anche gli altri. Ma soprattutto, la diffusa disponibilità dei genitori a tenere in casa i figli fino al raggiungimento stabile della propria maturità e formazione, li tiene lontani dalle preoccupazioni più angosciose.
 
Bisogno di sentirsi vicini
Improvvisamente la vita, per tutti, si è però mostrata con prepotenza nei suoi aspetti più fragili: ha chiesto di essere protetta e difesa; la morte si è pericolosamente avvicinata, insidiosa e improvvisa, quanto la malattia che l’aveva annunciata. La fila di camion con le bare è stata l’immagine più forte di cosa abbia voluto dire morire da soli, senza poter tenere la mano ai propri cari, senza poterli avere vicini nei giorni del dolore, senza che si potessero compiere i gesti della cura di chi seppellisce i morti. Ho sentito storie di giovani che hanno perso la mamma o il papà in questo modo, rapido e disumano; sono passati mesi e ancora non si danno pace. La logica del mercato aveva illuso che si poteva comprare tutto, anche la salute; ma non è stato così. Cosa ha lasciato questo nel cuore dei giovani? Domanda interessante, ma ci vorrà del tempo per capirlo.
Un altro aspetto rilevante di queste ultime settimane, riguardo alla condizione dei giovani, è stata l’impossibilità di poter girare liberamente e di potersi incontrare. Si è potuto godere della potenza tecnologica della rete: ha permesso di non perdersi di vista, ma al primo spiraglio utile i giovani sono corsi sui Navigli di tutta Italia a prendersi una birra. Le relazioni smaterializzate non rispondono mai fino in fondo al bisogno dei corpi di sentirsi vicini: hanno la potenza della velocità nel trasmettere i dati, offrono scambi di parole e immagini in tempo reale, ma non hanno lo stupore dei corpi che si incontrano. Quello stesso corpo che fa sentire invincibili (un po’ di palestra e lo rimetti sempre in sesto), ma che ora ha mostrato la sua fragilità: che (davvero) la vita sia un dono che scende dall’Alto?
 
Non come contenitori da riempire
Questo tempo ha accelerato alcune indicazioni che negli ultimi anni si erano fatte pressanti, ma ancora si faticava ad accettarle. Il cambio d’epoca appariva più uno slogan che una condizione reale con cui fare i conti, così come atteggiamenti pastorali nuovi non erano percepiti come un’autentica urgenza. Ma ora andiamo a sbattere il naso contro queste necessità di mutamento. E con una certa violenza. Alla riapertura delle celebrazioni liturgiche non si hanno notizie di code davanti alle chiese per potervi partecipare: si cominciano a sentire commenti sul fatto che dovremo fare i conti con un abbandono della pratica religiosa che era già in atto. Prima necessità: misurarsi (in fretta) con uno scenario che è davvero nuovo.
Già il percorso del Sinodo dei giovani aveva detto parole coraggiose su questioni cruciali: oggi, ad esempio, l’ascolto paziente dei giovani è quanto mai indispensabile per poterli accompagnare sul serio. Ma questo chiede un grande cambio di mentalità: occorre guardarli come persone in cammino, non come contenitori vuoti da riempire di parole e concetti; persone con cui interagire, a cui offrire presenza e amicizia, ma anche la disponibilità sincera di imparare qualcosa da loro. Le competenze vanno cercate e coltivate, il cuore va tenuto libero da inutili nostalgie e aperto a uno Spirito che non smette di soffiare al cuore dell’umanità.
Questo significa che nelle revisioni dei nostri paradigmi pastorali abbiamo bisogno di inserire una dimensione educativa più attenta agli aspetti umani di fondo; riconoscendo che il Vangelo non è un “bollino blu” che si appiccica sulla coscienza di chi si sente battezzato, ma è ciò che fa esplodere in pienezza tutto ciò che è veramente umano. Compresa la fede, che sta dentro la vita, e non viceversa.
 
Uno stupore che stupisce
Finora la dimensione educativa del cristianesimo ha puntato alla conoscenza dell’annuncio e della dottrina. Ora abbiamo un’occasione importante per riflettere sulla dimensione della gratuità e del rapporto di prossimità diretta: una dimensione che nel tempo della pandemia tutti hanno sperimentato in famiglia (che per la prima volta ha vissuto tempi di prossimità mai vissuti prima) e molti hanno riconosciuto ai medici e agli infermieri. Tutto questo è stato un momento educativo importante: ci aiuta a scoprire che la dimensione vocazionale non è una struttura o un’attività, ma è pienamente parte delle dinamiche personali di ciascuno. La logica del dono si fonda sul coinvolgimento personale nel rapporto di gratuità e in questo tempo di pandemia essa è stata fortemente rimessa in evidenza: l’esperienza di molti giovani che si sono messi a disposizione dei servizi Caritas ci dice quando queste dinamiche siano radicate, fino a diventare un bisogno; quello di partecipare alla logica del dono, perché il bene – sempre – è generativo di altro bene.
Ogni volta che succede qualche dramma, dagli “angeli del fango” di Firenze del 1966 alle recenti alluvioni a Genova (per non dire, appunto, delle azioni di volontariato durante la pandemia), adolescenti e giovani sono stati visti con ammirazione, perché si sono resi disponibili a un aiuto molto concreto ai bisognosi. Mi sono stupito di questo stupore, perché significa che non sappiamo riconoscere le dinamiche sopra descritte. La fede è (anche) sentire un cuore che batte per l’altro; la fede è (anche) un’impresa comune che abbiamo bisogno di sentire nella prossimità offerta e in quella ricevuta. Questa è la ragione per cui gli sforzi per costruire un mondo fraterno, si trasformano facilmente in passi educativi.
Sapremo custodire il desiderio di comprendere a fondo le invocazioni di questo tempo, di sentire il respiro del mondo, o torneremo a desiderare in fretta di riprendere da dove ci siamo fermati, pensando di agire come se nulla fosse accaduto? Questa è la sfida che ci attende. Ed è l’ennesima conversione del cuore a cui siamo chiamati: se la accetteremo, saremo più credibili anche di fronte ai giovani.
 
Don Michele Falabretti
Responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Cei