9 Luglio 2026

Le tappe della SEA (Scuola estiva di advocacy) di Caritas Italiana

A Roma dal 6 al 9 luglio le Caritas diocesane protagoniste del cambiamento.

Si chiude la terza edizione della Scuola Estiva di Advocacy, un’occasione preziosa di formazione, confronto e crescita per 25 operatori e operatrici provenienti da 11 Caritas diocesane di cui circa la metà giovani under35.  Un gruppo eterogeneo, accomunato dal desiderio di avvicinarsi al tema dell’advocacy come strumento concreto per incidere sulle politiche pubbliche e favorire processi di giustizia sociale, superando da un lato la logica della risposta assistenziale immediata, dall’altro quella della sostituzione del pubblico.

Sintesi dei contenuti delle giornate · Roma, 6–9 luglio 2026

Lunedì 6 LUGLIO – SENSO E CONTESTO

  • Introduzione alla Scuola: advocacy e Caritas | De Capite

L’introduzione ha ancorato la Scuola a situazioni che operatori e volontari conoscono bene: persone povere ma invisibili alle leggi perché fuori dai requisiti, norme che generano irregolarità come il decreto flussi, diritti non esigiti dietro una barriera digitale, leggi che restano sulla carta come le dimissioni protette. Che cosa hanno in comune? Non sono casi isolati ma interi gruppi sociali che non riescono a ottenere un diritto, davanti ai quali chi opera sperimenta frustrazione e senso di ingiustizia. Questo livello quotidiano è strettamente legato al contesto globale: riprendendo l’analisi di Žižek, il «punto zero» di tre crisi interconnesse – catastrofe ecologica, intelligenza artificiale, pericolo di guerra – che né i singoli Stati né il mercato possono risolvere, in un interregno gramsciano in cui il vecchio muore e il nuovo non può nascere. Da qui la tesi: senza comprensione non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza l’azione è inefficace o cieca. Da qui il bisogno di voice, e l’esigenza di una scuola.

In questa cornice, l’advocacy non è un optional ma uno dei due piedi di Caritas: la sola solidarietà rischia di sostenere i sistemi rotti che producono vulnerabilità, la sola advocacy scivola nella torre d’avorio; la forza sta nella connessione, in un’advocacy che nasce «dal fango del campo», dai centri di ascolto e dall’incontro quotidiano. Con l’immagine dell’ambulanza e dell’architetto, la Scuola è stata presentata come lo spazio per allenare lo sguardo dell’architetto senza restare intrappolati nell’urgenza: fermarsi, capire, agire per cambiare.

  • L’advocacy a partire dall’enciclica Magnifica Humanitas | Marsico – Pallottino

Il dialogo di apertura ha collocato l’advocacy dentro la fase che l’enciclica definisce ricostruttiva: un tempo in cui va creato un nuovo senso comune, riscrivendo il dialogo con il mondo, e dentro la Chiesa stessa, a partire dalla storia più che dal magistero. La dottrina sociale è stata presentata come esercizio di discernimento comunitario: dialogo con le altre realtà, dove ognuno costruisce il proprio pezzo di muro, con il mondo della ricerca e delle reti sociali, e dentro la comunità cristiana, con attenzione ai linguaggi e alle modalità di divulgazione. Ne discende l’invito ad archiviare il confessionalismo nei modi e nei linguaggi, mettendo al centro non valori predefiniti ma la dignità delle persone (con esplicito richiamo all’articolo 3 della Costituzione) e una verità intesa come bene comune che non si possiede ma si costruisce: verità della democrazia, della comunicazione, dell’ecosistema, dei processi educativi. I capitoli 5 e 27 dell’enciclica sono stati segnalati come i più direttamente rilevanti per l’advocacy, insieme alla tensione feconda tra comunione e conflitto: la denuncia serve a capire a che cosa ci opponiamo e che cosa vogliamo costruire.

Sul piano del metodo, cinque indicazioni: capire i territori e ricostruire il senso comune a partire dalla verità della vita delle persone, reintroducendo forme di socialità; custodire il linguaggio, che non significa evitare il conflitto ma collocarlo su un piano diverso, con una franchezza che apre vie; sviluppare alleanze concrete nei territori eliminando le dinamiche competitive; trasformare i bisogni in diritti, ricomunicando i dati in forme capaci di ingaggiare; partire dalle ferite reali e dalle evidenze sociali.

  • Politiche pubbliche e processi decisionali | Ravazzi

Stefania Ravazzi ha offerto la cornice analitica: le arene decisionali sono vaste, plurali e attraversate da divergenze, e noi le leggiamo attraverso schemi mentali e credenze – teorie di causa-effetto interiorizzate e date per scontate – plasmati dai percorsi formativi e dalle culture organizzative. Per le scienze politiche non esistono verità uniche: le politiche pubbliche sono sempre scommesse, perché di fronte a problemi collettivi complessi nessuna soluzione può dirsi pienamente aderente alla realtà. Da qui la proposta di una gestione creativa dei conflitti: attenzione al linguaggio e alle definizioni, offrire tutti gli elementi del proprio ragionamento senza retorica, esponendosi, ma restando saldi, nella logica della negoziazione integrativa. E la proposta di strutturare processi decisionali a più voci fondati su quattro pilastri: inclusione di tutti i punti di vista con pari dignità di espressione, informazione condivisa come costruzione comune della coscienza del problema, ascolto attivo per capire come gli altri vedono la realtà, dialogo schietto ma rispettoso e sincero. La sessione si è chiusa con un esercizio di confronto sul tema di sessualità e affettività.

Martedì 7 luglio –PARTECIPAZIONE, RETI e ALLEANZE per l’ADVOCACY

  • Tavola rotonda sull’immigrazione: la filiera nazionale–locale | Orlandi, Congia, Berbaldi

La tavola rotonda ha messo a fuoco la condizione nuova in cui si trova oggi l’advocacy sulle migrazioni: una «regola del silenzio», un paradigma di indicibilità che non è neutro e rende tutto più complesso. Le migrazioni tornano dicibili se connesse ad altri temi, ma serve un lavoro culturale profondo, a partire dalle scuole, per contrastare un passaggio culturale che colpisce la dignità delle persone immigrate. Le indicazioni operative emerse: le politiche devono essere universali, altrimenti diventano discriminatorie; bisogna andare sui territori, dove le cose si capiscono, cercando aggiustamenti empirici più che modelli; occorre far parlare direttamente le persone straniere, aiutandole a strutturarsi come interlocutori («sentiteci, chiedeteci!»), riconoscendo una presenza ormai matura dei cittadini stranieri in Italia. È risuonato il richiamo di Papa Leone a Lampedusa: nessuno è senza responsabilità, ognuno dispone di un ambito di azione.

Sul rapporto con le istituzioni: connettere i sistemi, assumere in proprio la programmazione, trovare alleati stabili, essere agili e veloci nel controbilanciare certe decisioni. Il sistema SAI è stato indicato come osservatorio e strumento, frutto di una scelta volontaria delle amministrazioni locali. La tutela dei diritti è alla base dello sviluppo di un territorio, e la sfida è concretizzare gli sforzi per fare il salto dalla buona prassi alla politica , crescere in advocacy, raccontando quello che si fa, facendolo arrivare, rendendolo «disturbante» per le istituzioni, senza far finta di niente: rompere il velo dell’ipocrisia. Nel dibattito sono emersi anche i nodi della sostenibilità economica dei progetti, della complessità dei quartieri periferici, dei meccanismi organizzativi ormai obsoleti e della necessità di presentarsi ai tavoli davvero convinti delle proprie posizioni. In mattinata si è svolto anche il laboratorio sui processi decisionali locali.

  • Soluzioni collettive per un futuro più giusto | Barbera

L’intervento di Filippo Barbera, di cui è disponibile una sintesi ragionata più estesa, ha proposto una vera grammatica dell’advocacy in condizioni avverse. Il punto di partenza è l’erosione dello spazio pubblico prodotta dalla disintermediazione neoliberale: contratto, segmentato, iperrappresentato ma non agito, reso afisico. La risposta passa dai corpi e dai rituali: l’interazione fisica è moralmente vincolante, le attività sincronizzate sono gratificanti e il collettivo è l’effetto dell’azione, non il suo presupposto – il gruppo arriva dopo, facendo le cose insieme. Servono infrastrutture sociali («costruzioni per le persone»): biblioteche, sedi associative, luoghi che sostengono la capacità di aspirare collettivamente a un futuro diverso, contro la «sindrome dell’arto mancante» di chi invoca partecipazione senza più i luoghi che la producevano. Il «noi» nasce da un impegno congiunto che va progettato intenzionalmente; e va aperto ai «senza voce» – i silenti, i marginali, la stessa Gaia – in una logica di eterarchia, accettando la dissonanza come risorsa. Advocacy è allora de-istituzionalizzare e re-istituzionalizzare, fare brokeraggio tra mondi che non comunicano, tenere un piede nella parola istituente e uno in quella istituita.

Le due esperienze portate a esempio, il Forum Disuguaglianze Diversità e l’Alleanza contro la povertà, mostrano la forza delle alleanze dissonanti, che agiscono non dopo aver trovato l’accordo ma per trovarlo nel corso dell’azione, e insieme la fragilità dell’influenza quando la politicizzazione prende una piega sbagliata. La sintesi finale: non si fa advocacy con programmi astratti ma con oggetti politici mobilitanti – una comunità energetica, un patto per i beni comuni, un’assemblea di quartiere – che trasformano un fatto tecnico in un problema condiviso e costruiscono l’identità collettiva nel corso dell’azione, perché non bisogna essere d’accordo su tutto per agire insieme. Advocacy è «making something public»: passare all’atto, perché ormai le cose si sanno e il buco da colmare è tra il sapere e il fare. Per le nostre Caritas, centri di ascolto, empori e mense sono già infrastrutture sociali e potenziali oggetti mobilitanti: la sfida è usarne consapevolmente il potere di convocazione.

  • Dal fare al cambiare: il ruolo dell’arte | Mencarelli – D’Ambrosi

Il dialogo serale ha spostato lo sguardo sulla testimonianza e sull’educazione. Daniele Mencarelli ha raccontato la scrittura come testimonianza di temi centrali eppure marginalizzati dal dibattito pubblico, che vanno riportati al centro della narrazione, con una vigilanza esercitata dai territori: i grandi temi non si scelgono, «è il destino che sfonda la porta». La comunità non è un valore ma un fatto, che va continuamente riprodotto con gesti di comunità; oggi mancano il corpo e lo stare, e manca educazione – sul digitale, sull’uso di sostanze, sulla sfera affettiva e sessuale, mentre tra i giovani si diffonde un neoconformismo dell’autodefinirsi ansiosi. Agli operatori Caritas ha consigliato una postura verso la realtà fatta di attenzione al «lampo educativo» e di un’esperienza del reale più forte delle narrazioni: «dovete stare come felini addosso alla realtà». Dario D’Ambrosi ha insistito sulla bellezza che manca, sul bacino di meraviglia dei bambini da cui ripartire, sull’autenticità: evitare il pietismo, non sembrare per forza forti davanti alla fragilità, lasciar percepire le proprie debolezze. E ha consegnato un mandato preciso: sfondare il muro di omertà e di silenzio, andare verso le famiglie, che in Italia sono sole e dignitose e spesso non chiedono. Tutto chiede comunità.

Mercoledì 8 luglio – NUOVE FRONTIERE e DIRITTI EMERGENTI

  • La giustizia sociale e ambientale come cornice | Pallottino

L’introduzione della giornata ha collocato l’advocacy nel tempo della poli-crisi, sottolineando l’importanza della politicizzazione delle questioni sociali e la necessità di un nuovo «noi» capace di includere l’altro e di leggere il futuro: come stare con i poveri nei tempi nuovi? Il povero esprime le fragilità della sua comunità, il migrante climatico non è mai solo una persona, ma una comunità che fa scelte e sacrifici, e occuparsi dei poveri significa occuparsi del territorio, tenendo insieme livelli e strati di una realtà interconnessa.

  • I migranti climatici |Marano, Saltalamacchia

La sessione ha affrontato il fenomeno delle migrazioni climatiche a partire dal progetto «Le rotte del clima», che costruisce una fotografia del fenomeno raccogliendo dati direttamente dalle persone migranti. Le crisi – energetica, migratoria, climatica – si sommano e si alimentano a vicenda con un effetto domino sulle vulnerabilità; le guerre devastano i territori anche prima del conflitto, nella fase di produzione degli armamenti, mentre l’overshoot day arretra ogni anno. Oggi i migranti climatici sono per lo più migranti interni, e la pluralità di definizioni (profughi, rifugiati, migranti ambientali) segnala una difficoltà definitoria che è anche un limbo giuridico. Sul piano del diritto, Saltalamacchia ha mostrato come le tutele si possano costruire anche in assenza di norme dedicate, ricorrendo ai principi generali: dal Global Compact alle linee guida UNHCR, dalla pronuncia ONU del 2019 sul caso Teitiota ai visti climatici australiani, fino ai contenziosi strategici (climate litigation). Da Pra ha richiamato la prospettiva della conversione ecologica, non semplice transizione: ricchezza, non rinuncia, e la cura del linguaggio, diffidando delle parole trappola come «green» e «sostenibile»; e ha condiviso tattiche di advocacy: coinvolgimento degli stakeholder, raccolta dati per prevenire, laboratori e momenti informali, schede paese e lavoro con la politica e le ambasciate, valutazione di impatto generazionale. Materiali e bibliografia del progetto saranno disponibili entro un mese.

  • Storie di clima, risposte di sistema |Cogliati Dezza, Scigliano, Magliani

La seconda sessione ha portato la questione climatica dentro il welfare. Il rischio è che la crisi climatica amplifichi una povertà già diffusa: le misure palliative (bonus) non incidono, e le soluzioni, ristrutturazione, efficientamento, comunità energetiche, rischiano di escludere proprio chi sta peggio. Servono politiche di welfare aggiornate ai tempi, interventi preventivi, e la trasformazione dei bisogni individuali in risposte collettive: luoghi accessibili, investimento pubblico, competenze plurime che tengano insieme comprensione del problema climatico, socializzazione e animazione sociale – non può fare tutto Caritas. Scigliano ha presentato il lavoro sulle biografie climatiche (progetti RISE e WEC) e insistito sul linguaggio: non interessi di gruppo contro altri interessi, non comunità ma collettività, risposte politiche e di lungo periodo. Una frase ha condensato lo spirito della giornata: «mai dare per carità quello che dovrebbe essere scontato per diritto». Dal dibattito: agire quartiere per quartiere, costruire alleanze anche con soggetti che di solito non si incontrano, intervenire anche nelle situazioni di irregolarità abitativa dove i più esclusi sono i più difficili da raggiungere, stare dalla parte della legge per promuovere tutela senza dimenticare le vittime. Nel pomeriggio, il laboratorio di The Good Lobby «Dal dato climatico alla richiesta politica» ha tradotto questi contenuti in esercizio di diagnosi e advocacy brief.

Verso la giornata conclusiva

Alcuni fili rossi attraversano le giornate: la centralità della dignità della persona e della trasformazione dei bisogni in diritti; la cura del linguaggio come terreno stesso dell’advocacy, dalla franchezza che apre vie alle parole trappola da smascherare; il primato dei territori, dove le cose si capiscono e dove la buona prassi deve fare il salto verso la politica; la fisicità e la presenza – i corpi, i rituali, lo stare – come condizione dell’azione collettiva; le alleanze dissonanti, che non richiedono l’accordo preliminare per agire insieme; il dare voce ai senza voce facendoli diventare interlocutori diretti; e infine il passaggio dal sapere al fare, dal fare al cambiare. È esattamente il movimento evocato dal titolo del dialogo conclusivo: a ciascuno il suo tratto di muro da Neemia.

Aggiornato il 9 Luglio 2026