6 Maggio 2026

Friuli, cinquant’anni di prossimità

Nel giorno dell’anniversario del terremoto del 6 maggio 1976, Caritas Italiana ricorda una storia nata tra le macerie e diventata metodo di presenza, coordinamento e animazione delle comunità.

Il 6 maggio 1976 il terremoto colpì duramente il Friuli, segnando la vita di intere comunità. Cinquant’anni dopo, quella ferita resta una memoria viva per Caritas Italiana, l’origine di uno stile ecclesiale che ancora oggi orienta la presenza nelle emergenze.

Nei giorni scorsi, a Gemona del Friuli, Caritas Italiana è tornata su quei luoghi con il Coordinamento Nazionale Emergenze, in occasione anche dei 50 anni della Caritas diocesana di Udine, nata ufficialmente il 12 luglio 1976, pochi mesi dopo il sisma. In particolare, il convegno “Servire. Dall’emergenza al coordinamento e all’animazione: 50 anni della Caritas diocesana”, lo scorso 2 maggio, ha permesso di rileggere una storia nata tra le macerie e divenuta nel tempo servizio stabile, volontariato, prossimità quotidiana e animazione pastorale.

Una grammatica della prossimità

Nel suo intervento, don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, ha ricordato che “il Friuli è stato il luogo in cui si è chiarito, quasi in forma fondativa, uno stile ecclesiale, un modo di abitare la sofferenza, una grammatica della prossimità che ancora oggi continua a orientarci“. È tra quelle macerie, ha sottolineato, “che la Chiesa ha compreso di essere chiamata a farsi presenza, a custodire relazioni, ricostruire fiducia, generare comunità“.

Rileggendo quella storia, don Pagniello ha indicato anche tre verbi per descrivere il compito della Caritas oggi nelle emergenze: animare, comunicare, prevenire. Animare, perché la Caritas è chiamata a risvegliare le comunità alla loro vocazione di prossimità, senza sostituirsi ai territori ma aiutandoli a ritrovare energie, legami e fiducia. Comunicare, perché nelle emergenze la parola deve proteggere la dignità delle persone, costruire fiducia, contrastare la paura e diventare anche atto di advocacy quando sono in gioco diritti, responsabilità e bene comune. Prevenire, infine, perché la Caritas non può limitarsi a intervenire quando tutto è già accaduto, ma deve educare le comunità a leggere fragilità, disuguaglianze e vulnerabilità prima che diventino nuove emergenze.

 

Restare, ascoltare, accompagnare

La memoria del terremoto richiama anche l’intuizione dei gemellaggi, nati proprio in quel contesto: diocesi, parrocchie, volontari, religiose, giovani e comunità da tutta Italia scelsero di restare accanto alle popolazioni colpite non solo nella fase immediata dell’emergenza, ma nel lungo tempo della ricostruzione. Una vicinanza fatta di aiuti concreti, ma anche di ascolto, affetto, legami, condivisione del cammino.

Nei primi tempi dopo il terremoto la Chiesa udinese si è posta il problema di quale servizio offrire alle comunità colpite dal sisma con gli aiuti della Caritas Italiana. Preso contatto con il Commissario del Governo per il Friuli e col Presidente della Regione, con il loro pieno appoggio, è stato individuato uno spazio non coperto da provvidenze pubbliche: un Centro di Comunità, una costruzione antisismica plurivalente a servizio della gente. La realizzazione dei Centri di comunità ha radici profonde nell’azione di accompagnamento della Chiesa italiana alle comunità colpite da calamità. La realizzazione dei primi Centri risale al 1951: in quel caso si trattò di un intervento della Pontificia Opera Assistenza in occasione dell’alluvione del Polesine.

È questa la lezione che il Friuli consegna ancora oggi: nelle emergenze non basta intervenire. Occorre restare, ascoltare, accompagnare. Occorre sostenere la ricostruzione materiale, ma anche quella della fiducia e della vita comune.

Per questo il Coordinamento Nazionale Emergenze, proprio a Udine dal 4 al 5 maggio, ha lavorato su formazione, ruoli, responsabilità, comunicazione, volontariato, rapporto con la Protezione Civile e cura delle comunità. La risposta alle emergenze, infatti, si prepara “nei tempi di pace”, si costruisce nella fiducia, si verifica nell’ascolto dei territori.

A cinquant’anni dal terremoto del Friuli, ricordare significa assumersi la responsabilità di far crescere, come ha richiamato don Pagniello, una cultura dell’attenzione, capace di non dimenticare i territori feriti e di riconoscere nelle emergenze un luogo concreto in cui la carità diventa presenza, discernimento e speranza.