Caritas Italiana esprime profondo dolore e ferma condanna per l’attentato terroristico che venerdì 23 ottobre ha colpito la chiesa greco-ortodossa di San Giorgio, nel villaggio di Hammoud, nel governatorato di Karak, nel sud della Giordania. Uomini armati hanno aperto il fuoco contro i fedeli riuniti per una celebrazione funebre, provocando, secondo gli ultimi aggiornamenti delle autorità giordane, almeno otto morti e numerosi feriti. Tre persone ferite sono state accolte e assistite presso l’Ospedale Italiano di Karak. A loro, a quanti stanno ricevendo cure e a tutto il personale sanitario impegnato in queste ore va la vicinanza di Caritas Italiana.
Colpire persone innocenti riunite nella preghiera significa violare la sacralità di un luogo di culto e ferire il diritto fondamentale di ogni essere umano alla vita, alla sicurezza e alla libertà religiosa. È una violenza che suscita dolore e sgomento, tanto più perché irrompe in un momento nel quale una comunità era raccolta per accompagnare un proprio caro nell’ultimo saluto.
Caritas Italiana si unisce alle parole di condanna e di cordoglio del Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ha richiamato con forza il valore della coesione del popolo giordano e della convivenza tra le diverse comunità religiose. In un Paese nel quale cristiani e musulmani condividono da generazioni una storia di relazioni, rispetto e appartenenza, quanto accaduto rappresenta una ferita che attraversa l’intera società. La violenza, infatti, non colpisce soltanto chi ne è vittima diretta, ma mette alla prova i legami di fiducia, le relazioni tra le comunità e quella cultura dell’incontro che costituisce un patrimonio prezioso da custodire.
È proprio questo patrimonio che oggi siamo chiamati a difendere. Di fronte a un gesto che semina paura e rischia di alimentare nuove divisioni, la risposta non può essere quella della contrapposizione o della diffidenza. Occorre, piuttosto, rafforzare i legami di fraternità, custodire gli spazi di dialogo e continuare a riconoscere nell’altro, al di là di ogni appartenenza religiosa o culturale, una persona la cui dignità non può mai essere messa in discussione.
Alle vittime, ai loro familiari e a quanti portano le ferite di questa tragedia va il nostro pensiero e la nostra preghiera. Custodire la pace significa anche non permettere alla violenza di spezzare le relazioni e di trasformare il dolore in nuove divisioni. Significa continuare a costruire fiducia, alimentare la solidarietà e scegliere ogni giorno la strada del dialogo e della fraternità. È questa la responsabilità che ci interpella di fronte a una comunità ferita: non lasciare che la paura abbia l’ultima parola e custodire, anche nel dolore, la speranza di un futuro di pace.
Aggiornato il 24 Ottobre 2026
